Silvio Berlusconi lascia il Quirinale dopo che, per la prima volta in questa legislatura, ha perso la propria sfida parlamentare. Una sconfitta che porta con sé una vittoria parziale, ossia l’approvazione di quel rendiconto dello Stato senza il quale la macchina amministrativa del nostro Paese si sarebbe fermata. Una sconfitta non decisiva, che non era legata a un voto di fiducia, ma dal potenziale simbolico incredibile.

L’incontro con Napolitano gli regala almeno almeno un’altra settimana al Governo del nostro Paese. “Approvo la legge di stabilità e mi dimetto“. Senza maggioranza, senza consensi nel Paese, senza la stima né dei suoi alleati italiani né di quelli mondiali. In queste condizioni, ogni giorno di vita in più potrebbe essere considerato comunque un grande successo.

A questo punto le certezze finiscono. Non si ha alcun vincolo di calendario a breve termine in merito all’approvazione della legge finanziaria. Tra prima bozza, emendamenti, proposte dell’opposizione e discussione parlamentare, Senato e Camera, i tempi potrebbero allungarsi drammaticamente. La Finanziaria deve essere approvata entro il 31 dicembre: non c’è fretta.

Se la legge di stabilità sarà approvata con una maggioranza non assoluta, Berlusconi potrà continuare a vivacchiare perché avrà rispettato gli impegni internazionali, se gli scontenti del centrodestra voteranno contro o si asterranno, diventeranno il capro espiatorio di Berlusconi: “I traditori mettono a rischio il Paese pur di farmi cadere”.

L’opposizione avrebbe gli strumenti per mettere Berlusconi all’angolo, ma hanno un costo politico insostenibile:  una mozione di sfiducia corrisponde a un atto che potrebbe essere percepito come pura irresponsabilità da parte dell’Europa e dei mercati, un’intrusione nell’accordo tra Governo e organismi internazionali, una minaccia all’Euro. Stesso discorso se votasse contro una legge di stabilità ispirata (o addirittura dettata) dai funzionari europei. Se invece l’opposizione votasse a favore, Berlusconi potrebbe sopravvivere ancora anche in un pezzo del 2012.

Se si decidesse comunque di rovesciare il tavolo puntando sulla mozione di sfiducia (mettendo a gravissimo rischio l’Italia, aumentando l’incertezza in cui i mercati fanno manbassa da giorni) e l’opposizione facesse cadere Berlusconi ‘al buio’, senza un’altra maggioranza parlamentare garantita che sia in grado di far passare la Finanziaria entro il 31 dicembre, lo Stato finirebbe in una condizione di esercizio provvisorio: un default semi-automatico: l’Italia fallirebbe per colpa del centrosinistra.

Se invece si trovasse una maggioranza alternativa non si andrebbe a votare prima del 2013: un anno e mezzo per il centrodestra per riorganizzarsi e vincere le elezioni, una stagione in cui le responsabilità delle misure impopolari da mettere in campo per provare a uscire dalla crisi saranno ugualmente distribuite in tutte le forze parlamentari disposte a imbarcarsi in un eventuale governo tecnico e in cui Berlusconi avrebbe un sacco di tempo per fare l’opposizione a chi propone misure ‘lacrime e sangue’.

L’Europa, di fatto, non ha alcuna leva politica per cacciare Berlusconi. L’unico strumento che potrebbe adottare è l’interruzione dell’acquisto di titoli di stato italiani. Questa scelta, però, accelererebbe la crisi dell’Eurozona e offrirebbe un ulteriore alibi a Berlusconi.

Il Pd ha già fiutato la fregatura: “Formalizzi subito le dimissioni”. Evidentemente nessuno sa quando si dimetterà davvero perché le ha legate all’approvazione di una legge ‘a calendario variabile’. Comunque lo deciderà lui. Nel frattempo ha tutto il tempo per rinforzare la maggioranza richiamando gli scontenti e, soprattutto, pare abbia il margine per decidere quando si va a votare e con quale legge elettorale.

Doveva essere #laresadeiconti, rischia di essere un capolavoro tattico del Premier.