Caro Vincenzo Mandalari,

La sua lettera al giornale bollatese Il Notiziario è patetica, fuori tempo massimo ed è un insulto al momento storico della nostra regione. Non solo perché è inaccettabile porre domande nel goffo tentativo di eludere le risposte ma anche (e soprattutto) per il ruolo che lei rivendica e che oggi finalmente la Lombardia ha deciso di negarle.

Con buona pace per l’omertà e il collaborativo negazionismo di troppi lombardi. Il “malinteso” di cui dichiara di essere vittima è (nell’accusa che le viene mossa) un tassello di quella sistematica rete di illegalità, soprusi e violenze che è la ‘ndrangheta in Lombardia. Quella stessa ‘ndrangheta che nega di avere mai “frequentato” e che è nelle sue stesse parole del 29 febbraio 2008, quando lei stesso disse “come amico ti rispetto sì, ma come ‘ndrangheta io do conto solo ed esclusivamente a compare Nunzio Novella (…) Gli altri sono tutti capi quanto a me!”

Ebbene, caro Mandalari, qui nel paese delle regole (quelle che stabiliscono che lei debba difendersi in aula e non nelle lettere dei direttori) le persone rispondono nei luoghi opportuni e si assumono la responsabilità delle proprie azioni e della propria storia; per questo la invito a difendersi con le risposte piuttosto che con le domande e con gli strumenti che la legge le mette a disposizione. Qui non ci sono capi. Ci sono cittadini che reagiscono ad un tumore che non si può più tollerare. E le confesso che il suo disagio e la sua dichiarata sensazione di isolamento è, per molti che si impegnano in questa battaglia, un fiore: non pensiamo di sostituirci alla giustizia che è chiamata a giudicarla, seguiremo con attenzione e curiosità l’esito del suo processo ma, personalmente, gioisco per una cittadinanza responsabile che lentamente sta imparando a prendere le distanze con piglio deciso e forte. E rivendico con forza il diritto di non tacere la vergognosa compagine raccontata nell’ordinanza.

Caro Mandalari, le parole che ha riservato al comune di Bollate non funzionano più. Il credito politico che qualcuno avventatamente le ha concesso si è sbriciolato nei suoi mesi di latitanza e nel rifiuto di molti suoi concittadini. Le targhe di riconoscimenti che dichiara di aver ricevuto hanno il dovere del silenzio e della polvere finché ci sarà una sentenza definitiva. Esibirli oggi è un vanto perdente, illuso e inefficace.

Senza le stimmate della vittima ma consapevole del ruolo di imputato, potrebbe convenire con noi che le premesse di disinfestazione mafiosa possono promettere un futuro dignitoso: affermi con noi che la ‘ndrangheta è una consorteria di vili da cui liberarci, dimostri di essere nei fatti vittima di un malinteso e solo dopo sarà ora delle sue valutazioni e dei suoi consigli.

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