Sempre più spesso scopro qualcosa che mi fa capire che l’Italia è proprio un paese “diverso”; ed è dura conservare la speranza che diventi “normale”. Sentite questa. Ogni tanto capita che ci siano cause collettive contro la Pubblica amministrazione: i dipendenti avanzano rivendicazioni salariali e si mettono insieme; un po’ di soldi per uno, un solo avvocato, una sentenza che vale per tutti; se hanno ragione, la Pa paga. In genere si tratta di aumenti di stipendio o adeguamento di pensioni. Naturalmente non tutti quelli che vantano diritti analoghi partecipano a questo processo collettivo; un po’ perché non sanno dell’iniziativa; ma soprattutto perché preferiscono stare a vedere come va a finire: tanto, pensano, se gli altri avranno ragione, anche a me saranno riconosciuti gli stessi diritti. Il che non è sbagliato giuridicamente: una volta riconosciuto un determinato diritto, tutti quelli che si trovano nella stessa situazione ne debbono godere.

Con la legge finanziaria del 2005 lo Stato, anche allora a caccia di soldi, pensò che bisognava piantarla: ti riconoscerò il tuo diritto solo se mi farai causa; in caso contrario, anche se altri tuoi colleghi hanno avuto ragione, a te non ti darò una lira. Legge sbagliatissima, tanto per cambiare, perché, in base al principio costituzionale di buona amministrazione – art. 97 Cost. – a pari situazioni deve corrispondere pari trattamento.

E qui comincia “una storia italiana”. I dipendenti che non hanno partecipato alla causa collettiva si trovano in difficoltà ad avviare da soli un nuovo processo: soldi e soprattutto tanto tempo prima di arrivare a sentenza. Così scrivono alla Pa: “Segnalo che c’è stata la sentenza numero… del… in base alla quale quelli che si trovano nella mia situazione hanno avuto l’aumento. Lo vorrei anche io: i giudici hanno detto che ne ho diritto”. E che succede? Il funzionario incaricato della controversia gli chiede dei soldi: “Se mi dai 10 mila, 20 mila, 50 mila euro (dipende dall’ammontare di quanto tocca al dipendente) liquiderò subito la tua pratica. Tanto nessuno potrà rimproverarmi: c’è l’art. 97 della Costituzione e molte sentenze del Consiglio di Stato che hanno detto che è giusto pagare quando c’è stata sentenza in casi analoghi. Se invece non mi dai niente, allora, in base alla Finanziaria del 2005, non ti darò nemmeno una lira. Io sono a posto: fammi causa”. Pagano tutti.

La domanda è: perché pagano? Non è difficile incastrare un funzionario pubblico che ti fa queste proposte. Vai dai lui con un registratorino; poi vai alla Procura più vicina e lo denunci per concussione. “Eh già, mi hanno spiegato, e poi io quando li vedo i miei soldi? I colleghi del denunciato mai me li daranno; si appelleranno alla Finanziaria 2005. Io dovrò fare causa e la sentenza mi arriverà fra 10 anni. A me che importa che quello vada in galera (tanto poi non ci va davvero, si sa come vanno queste cose…); a me importano i soldi”. Così tutti pagano, la concussione (o corruzione, spesso è lo stesso dipendente che precede la richiesta del funzionario) prospera e il livello civile ed etico del paese sprofonda sempre di più. Certo, se le cause non durassero 10 anni; se l’art. 97 della Costituzione fosse applicato normalmente; se non ci fossero 27 esempi quotidiani di pubblici amministratori corrotti e impuniti; se, che triste dirlo, se non fossimo in Italia.

Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2011