La faccenda dell’identità europea è come la barzelletta dello psicopatico che crede di essere un chicco di granoturco e quando, dopo anni di terapia, il suo psicanalista gli annuncia che è infine guarito, lui chiede: “D’accordo, ma le galline lo sanno?”

Così l’identità europea tutti ce la vedono addosso, tranne noi. Per gli altri siamo inconfondibilmente europei, fra di noi siamo inesorabilmente nazioni diverse. Per anni ci siamo cercati addosso le radici, cristiane o laiche, storiche, linguistiche o letterarie. Scavando e scavando abbiamo sempre trovato quel che non siamo, mai quel che siamo.

In questi giorni, sotto i colpi della crisi finanziaria, ancor più chiaramente emerge che mezzo secolo di Unione europea non è bastato a darci un senso di appartenenza e di solidarietà. Mentre i populismi infuriano anche nei paesi un tempo più europeisti come la Finlandia, la Grecia preferisce il baratro al cappio dell’euro e l’unica solida nazione che emerge dal “si salvi chi può” istituzionale è quella delle banche.

Il modello dell’Europa dei governi fa acqua da tutte le parti. Ci si accorge che il bromuro della sussidiarietà iniettato nel diritto europeo con il trattato di Maastricht, ha infine avuto l’effetto che gli inglesi ricercavano: l’Europa è castrata.

Se non siamo riusciti a costruire un’identità europea non è per l’irriducibilità della nostra diversità ma semplicemente perché non l’abbiamo voluto. Un’identità si costruisce, non esiste di per sé. I nostri governi non se ne sono mai preoccupati. Hanno invece preferito conservare le loro riserve di caccia nazionali, dove è più facile spartirsi potere e denaro, mettendo all’occorrenza gli uni contro gli altri, come accade oggi.

Molto lontano da noi, nel cono Sud del continente americano, c’è un altro paese che da sempre si cerca un’identità. L’Argentina infine libera dal nazionalismo militarista, ancora oggi non riesce a trovare una matrice comune fra i troppo invadenti cittadini d’origine europea e gli indios patagonesi e andini. Ma anche in Argentina le identità nazionali d’origine restano forti e per paura delle ricorrenti crisi, molti si tengono una via di scampo aperta con la patria dei trisavoli, pronti a evacuare il paese se la nave affonda. Non per nulla più di settecentocinquantamila argentini hanno il passaporto italiano. L’Argentina è dunque un paese eternamente precario, con radici altrove. Il saggista argentino Rodolfo Alonso ha intitolato un saggio sul suo paese “Republica de viento“.

Repubblica del vento siamo diventati anche noi, che pure avevamo tutto per costruirci una comune appartenenza.