Al di là delle leggi sulle pari opportunità, che ci sono ma non vengono onorate, e alla faccia del Trattato di Lisbona, le donne italiane vivono stagioni di scontento e di umiliazione. Dall’immagine televisiva e pubblicitaria – anche per vendere prodotti edili si piazza una donna pressoché nuda – ai femminicidi, dalle violenze domestiche alla irrisoria rappresentanza (e rappresentatività) femminile negli organi elettivi. Il binomio Donne&Potere non ha un portato semantico positivo. In Italia, uno dei mestieri più redditizi (vedasi il vitalizio a Tarantini) è fare il procuratore di escort.

La maggioranza delle donne italiane, quelle che non sono escort, né veline, né aspiranti tali, pare rassegnata. La parola “femminismo” è diventata una bestemmia: parrebbe indicare un radicalismo isterico, riprovevole e demodé. Negli Usa, invece, il movimento femminista sta conoscendo una stagione di ripresa intelligente, nonostante la Palin e la Bachmann. Molte americane – in particolare le alpha e le beta boomer (quelle nate tra il ‘50 e il ‘59 e tra il ‘60 e il ‘69) – hanno ri-aperto gli occhi durante le prime fasi della crisi economica americana recente, quando le donne per un’estate divennero la maggioranza della forza lavoro impiegata: la crisi richiedeva flessibilità e le donne erano preparate da anni.

Ma come chiamare questa nuova ondata di consapevolezza? Dopo il femminismo delle suffraggette (per l’emancipazione) e quello della cultura della differenza (la seconda ondata degli anni ’70, tanto per semplificare), è l’ora della terza ondata.

Il primo botto lo fece Barbara H. Grufferman sull’HuffingtonPost, nel dicembre scorso, con un vibrante pamphlet contro i detrattori del concetto (e della parola) femminista. Il movimento è necessario perché non abbiamo ancora ottenuto nulla, se non palliativi di facciata, e smettiamo di piangerci addosso, era la sintesi dell’articolo. La Grufferman ha rinforzato i concetti con un successivo articolo nel mese di giugno di quest’anno, nel quale incita le donne (che stanno diventando matte nella dicotomia antropologica indotta dalla società maschile e maschilista) a passare dalla rabbia all’azione.

Ci ritorna con efficacia Jessa Crispin, fondatrice e direttrice di Bookslut, in un articolo pubblicato ad agosto su The Smart Set, in cui parla di uno splendido libro appena edito negli States, The Future of Feminism di Sylvia Walby (ma vi garantisco che i libri di Chiara Valentini Le donne fanno paura e di Caterina Soffici Ma le donne no sono parimenti illuminanti della realtà italiana). La Crispin si sofferma con intelligenza su pochi punti, a cominciare dalla questione linguistica. Perché non si può pronunciare la parola ‘femminismo’? Ovvero, si cita il femminismo solo quando si associa il concetto ad altre parole quali ‘aborto’, ‘esagitazione’, ‘bruttezza’, ‘rabbia’. Poi, nel merito: “E’ più utile alla causa delle donne protestare contro le copertine di Marie Claire o contro l’esiguità delle autrici recensite sul New York Times? Dobbiamo unire le energie contro la prostituzione minorile in Thailandia o andare in massa a vedere film diretti da donne, per sostenere la cultura di genere? Dobbiamo supportare Assange nella sua richiesta di trasparenza o condannarlo perché sospettato di stupro?”

La nuova dicotomia è tra le ‘mamme’ e le ‘femministe’: le prime sono santificate, le seconde demonizzate perché spesso scelgono di non avere figli o di non formare una famiglia, considerato lo scarso appoggio sociale ed economico nel gestire entrambi.

A proposito di famiglia, anche il Time (sempre per la primavera del femminismo del Terzo Millennio) propone un’intervista a Gloria Steinem, icona quasi ottantenne del movimento femminista mondiale. La Steinem, con l’autorevolezza della sua età, sintetizza così: c’è una forte volontà di bloccare il progresso; i temi principali della lotta femminile sono il lavoro, la libertà di procreare e fermare le violenze contro le donne. È per altro convinta che solo quando le donne sperimentano personalmente i pregiudizi della società riescono a trovare la volontà di combatterli. Il fatto è che la società moderna ci narcotizza con lustrini&paillettes. Secondo la Steinem, infine, il movimento delle donne è collegato a quello antirazzista, a quello contro l’omofobia e a quello ambientalista, per via dei diritti negati a minoranze o a parti deboli della società, seppur non minoritarie nei numeri.

Insomma, c’è ancora un assoluto bisogno di femminismo – chiamiamolo pure 3.0 o Terza Ondata. Ciò che agonizza, però, è la parola, la quale ancora fa storcere il naso a molti. E a molte, purtroppo. Ma se non diamo un nome alle cose, come si fa a rivendicare i diritti?

di Marika Borrelli