Adesso si sa che la lotta all’evasione, indicata nella manovra fiscale come fonte cospicua di risorse destinate a risollevare le sorti del Paese, è in realtà una nuvola di fumo. Si sa anche che contare tra i ricavi di detta manovra il miliardo e rotti (per il primo anno; poi diventeranno 2, 3, 55) che la lotta all’evasione dovrebbe produrre è un falso in bilancio da manuale; perché i proventi sperati e incerti non possono essere posti a copertura di spese certe. Non dissimilmente da quanto prescritto per i bilanci di ogni società commerciale, dove, nei bilanci di previsione, i crediti incerti e sperati trovano la loro collocazione a copertura di investimenti che si realizzeranno quando e se detti crediti saranno riscossi.

Fumo negli occhi dunque e ricavi zero. Ma soldi servono, e come. Allora può tornare utile qualche soluzione nuova che potrebbe avere ricadute positive anche sotto altri profili. Ecco, bisogna tassare le prostitute.

1) Se ne ricaverebbero un sacco di soldi. Non so quanti siano. Non so quante sono le prostitute che esercitano in Italia. Non so quante prestazioni forniscono per giornata lavorativa. Non so quali siano le tariffe praticate. Non so stimare, di conseguenza, quanto si ricaverebbe da questa iniziativa. Però, che bande intere di truci delinquenti si massacrino per controllarle, mi fa pensare che deve trattarsi di un affare molto lucroso e che dovrebbe rendere bene sotto il profilo fiscale.

2) Si migliorerebbe radicalmente la qualità di vita delle prostitute. Infatti, per incassare le imposte sul loro reddito, dovrebbero lavorare in maniera che ne sia possibile il controllo. Dal che deriva che dovrebbero smettere di praticare come commercianti ambulanti: la categoria è infatti nota per praticare un “nero” quasi totale. E quindi? Via dalla strada e esercizio della professione in locali dichiarati e controllati. Naturalmente le prime a non volersi adattare a questa situazione sarebbero le lavoratrici in questione e anche i loro sponsor non ne sarebbero entusiasti.

Ma è sufficiente un’adeguata politica di convincimento: ogni sera, dalle 22 e fino alle 4 di mattina, un “pattuglione” percorre la totalità delle vie cittadine e carica tutte le lavoratrici beccate sulla strada; le porta in Questura (per identificazione, così il rispetto della legge è assicurato) e le rilascia verso le 10 del giorno dopo. Risultato: niente lavoro, niente incassi. Se lo si fa per un mese di seguito, anche il più stupido degli albanesi capisce che, se insiste a tenere le sue donne sulla strada, non guadagna nemmeno una lira. Quindi compra o affitta un paio di locali e le mette a lavorare lì.

3) Si razionalizzerebbe finalmente una delle leggi più idiote della Repubblica, la mai abbastanza vituperata Legge Merlin. In effetti, mettere a disposizione un alloggio perché ivi si svolga attività di meretricio significa commettere il reato di favoreggiamento; e prelevare una parte del ricavato di detta attività significa commettere il reato di sfruttamento. Che è il motivo per cui le prostitute sono sulla strada e i pappa nascosti nei boschetti vicini. Nessuno vede, nessuno applica la legge, ma il “principio” è salvo. Ma siccome pecunia non olet, non dovrebbe essere difficile trovare un accordo in base al quale, se il meretricio è dichiarato e il locale in cui si svolge pure e se si pagano le tasse; ecco, causa di non punibilità, nessun reato. Capisco che per alcune coscienze è un po’ dura da mandare giù. Ma, in fondo, le prostitute sono già da tempo abituali frequentatrici delle più alte cariche istituzionali. Ci si abituerebbe in fretta.

Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2011