Tutti sanno che di mestiere fa il faccendiere (nel suo caso, un pallido eufemismo). Tutti sanno che sta al giornalismo come Berlusconi al libero mercato. Tutti sanno che la testata Avanti!, organo del partito socialista, è morta e sepolta nel 1994. Tutti sanno che l’Avanti! è una testata-imbroglio e comunque è un giornale-fantasma buono solo per acquisire i contributi per l’editoria. Eppure, su tutti i giornali, Valter Lavitola continua ad essere definito “direttore dell’Avanti!“. Lo stesso Ordine dei Giornalisti lo sospende dalla professione – certificando paradossalmente la sua piena, legittima appartenenza ad essa – in base all’articolo 39 della legge n.69 del 1963, secondo capoverso, che stabilisce: “Ove sia emesso ordine o mandato di cattura gli effetti dell’iscrizione sono sospesi di diritto fino alla revoca del mandato o dell’ordine”.

Il problema sta nel fatto che si sa da sempre il mestiere di Lavitola (possiamo pure dire: dei Lavitola). Che si sa da sempre che, insieme a molte altre false cooperative, falsi organi di partito e falsi editori, Lavitola prende quattrini dal Dipartimento Editoria della Presidenza del Consiglio (cioè dalle nostre tasche) illegittimamente, illecitamente, immoralmente, anche se in base a una legge dello Stato e a specifiche decisioni che fanno capo direttamente a Palazzo Chigi. E non si tratta di pochi quattrini. Basti pensare alla cifra scandalosa – 800 mila euro – di cui si parla in questi giorni a proposito dei suoi traffici tra Berlusconi e Tarantini. Ebbene, solo in un anno, dal Dipartimento, Lavitola ne prende più di 2 milioni e mezzo, per un giornale che nessuno conosce o vede, e a valere sui fondi per “quotidiani editi da cooperative di giornalisti”.

Ci voleva molto a capire e a dimostrare che l'”International Press Società Cooperativa di Lavoro Arl” non è una vera cooperativa e a stabilire nei regolamenti che cosa significa essere vera cooperativa (che l’azienda è controllata e amministrata da coloro che lavorano nell’azienda)?

Vi ricordate il caso Ciarrapico? Com’era successo anni prima con una cricca che si era impadronita della testata Il Giornale d’Italia, dovette intervenire la magistratura per rilevare che, tra il 2002 e il 2005, l’ex uomo di Andreotti e senatore del Pdl aveva incassato indebitamente 25 milioni di euro in contributi pubblici. Secondo i pm, Ciarrapico avrebbe fatto figurare “artatamente” che le due società amministratrici degli otto giornali locali da lui controllati avevano gestioni separate e avrebbe “attestato falsamente” che il loro capitale sociale era controllato da cooperati. Non lo verificò il Dipartimento. Così come non l’ha mai verificato per tutti gli altri, Lavitola compreso.

Vi ricordate che fine facevano i soldi date al Campanile del partito di Mastella? Anche in quel caso dovette intervenire la magistratura.

Solo a valere sugli anni compresi fra il 2003 e il 2009, vale a dire in sette anni, Lavitola ha incassato sette volte una cifra sempre superiore ai 2 milioni e mezzo: vale a dire, complessivamente, una cifra di poco sotto i 20 milioni. Altro che gli 800 mila da dividere con Gianpi e Nicla! E non è escluso – ed è ovviamente auspicabile – che ancora una volta si arrivi a smascherare una truffa commessa ai danni (e con la “collaborazione tecnica”) del Dipartimento, anche se per intervento casuale ed esterno della magistratura.

Nemmeno l’obbligo dei tagli, imposti dalla crisi e dall’Europa, ha suggerito al governo (o alla opposizione) di dare un’occhiata agli sprechi, diciamo così, del Dipartimento.

In base agli ultimi dati (anno di riferimento 2009), le “cooperative” che, in quanto tali, prendono soldi dal Dipartimento sono circa una trentina e ci costano una cinquantina di milioni. Basta scorrerne l’elenco per avere netta la sensazione che le vere e proprie cooperative si contino sulle dita di una sola mano. Che la quasi totalità delle testate siano proprietà di singoli. Che queste testate (titolari del contributo) si siano trasformate col tempo in una sinecura, spesso oggetto di compravendita.

Diciassette testate che dovrebbero far capo a “cooperative, fondazioni o enti morali” ingoiano, poi, circa 45 milioni. Ma siamo proprio sicuri che – a parte i 2/3 miliardi di esenzioni fiscali – dobbiamo assicurare alla Chiesa italiana anche poco meno di 6 milioni di euro l’anno per l’Avvenire? E che alla Cisl, a parte tutto il resto, dobbiamo pagare più di 3 milioni per finanziarle Conquiste del Lavoro? E che dire – in un Paese che, come afferma ogni giorno ItaliaOggi, deve emanciparsi dall’assistenzialismo e che, come pretendono la crisi e l’Europa, deve tagliare privilegi e servizi – dei 5 milioni e passa l’anno che regaliamo a ItaliaOggi?

Per non parlare, naturalmente, dei tagli alla politica (rinviati) e ai finanziamenti ai partiti (che nessun partito ha nemmeno preso in considerazione). Nel bilancio del Dipartimento, ci sono 22 testate “organi di partiti e movimenti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o rappresentanze nel Parlamento europeo o che siano espressione di minoranze linguistiche riconosciute, avendo almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento ovvero che, essendo state in possesso di tali requisiti, abbiano percepito i contributi alla data del 31.12.2006”. Si dividono una quarantina di milioni l’anno.

Quell’“ovvero ecc.”, da solo, ci sosta una trentina di milioni. Senza quell’“ovvero ecc.”, infatti, passerebbe alla cassa praticamente solo La Padania (quasi 4 milioni l’anno). E invece ci tocca continuare a tenere sulle spalle decine di testate che non sono più proprietà di partiti e che facevano riferimento a partiti ormai inesistenti, o che già erano finti “movimenti” prima del dicembre 2006: tutti (più o meno) rispettabili aziende e persone che, per una serie di ragioni storiche abbondantemente esauritesi da anni, si ritrovano a godere di un privilegio ragionevolmente immotivato (se non dal rispetto di tradizioni e occupazione da un canto, e da protervia prepotenza di regime dall’altro). Si va dai due giornali “del Pd”, in effetti ambedue di privatissimi assetti editoriali e redazionali (l’Unità 6 milioni 377 mila, Europa 3 milioni e mezzo), ai 3 milioni e mezzo con cui dobbiamo finanziare Giuliano Ferrara e il suo Foglio, e ai 2 milioni che continuano a tenere in piedi l’Opinione di Arturo Diaconale, passando per i 3 milioni al Secolo d’Italia gasparrizzato, i 3 milioni e mezzo per Liberazione, i quasi 3 milioni per Cronache di Liberal, ai 2 milioni e mezzo del Denaro di Napoli…

Purtroppo nell’elenco dei beneficati dal Dipartimento ci sono, insieme, gentiluomini e truffatori di tutti i “colori”. Come nelle Province. E forse di più. I tagli all’editoria sono riusciti infatti non solo ad evitarli ma persino a non citarli, senza nemmeno l’alibi di “dover rinviare tutto perché si tratta di cambiare la Costituzione”. E nonostante che, proprio in questi giorni, per caso (e grazie alla magistratura), la cronaca ci abbia ancora una volta svelato le truffe e i ladrocinii che avvengono sotto l’insegna dei “contributi pubblici all’editoria”.