Bologna 2011. Dopo un memorabile 2 agosto, in occasione del 30° anniversario dell’Associazione tra i familiari delle vittime (fondata nel 1981, presidente Torquato Secci), siamo costretti ad assistere al consueto copione: polemiche sui giornali, richieste a dir poco provocatorie (Storace), esternazioni di stampo cossighiano, eccetera. Un rincorrersi di dichiarazioni che, inevitabilmente, produce una reazione. Qualificati “opinion leader” tiranno in ballo (o, come dicono i politici, “per la giacchetta”..) le indagini di magistrati che avrebbero invece il diritto, oltre che il dovere, di fare in santa pace il loro difficile lavoro. Ciclicamente personaggi di vario spessore attendono la vigilia del 2 agosto per rilasciare dichiarazioni che, nella volontà del dichiarante, dovrebbero essere considerate “rivelazioni”. Salvo poi rischiare di scoprire che le “imminenti svolte giudiziarie” via via evocate, spesso con macabro tempismo, altro non sono che le arcinote “piste internazionali” già percorse tanti anni fa da depistatori condannati: la pista austriaca, la pista francese, la pista argentina, la pista libanese, la pista palestinese e persino la pista.. libica. Già, perché nel tourbillon di ipotesi fantasiose ce n’è una che vorrebbe collegare la strage di Ustica e quella di Bologna. È un po’ vecchiotta, ma torna sempre di moda… Il primo a chiamare in causa Gheddafi fu il democristiano Emilio Colombo, ministro degli esteri del governo Cossiga: era il 5 agosto 1980.

Ma il principale sponsor della pista libica sarà proprio Valerio Fioravanti: “Durante uno dei mille processi mi è venuta un’illuminazione. Un mese e mezzo prima di Bologna è caduto l’aereo a Ustica. Sono stati caccia della Nato a sparare per far fuori Gheddafi. Hanno sbagliato bersaglio. E l’Italia, il nostro governo, non poteva certo accusare gli americani di avere ucciso, per sbaglio, 81 civili sui nostri cieli. (…) nessuno è stato mai condannato per aver tirato giù l’aereo a Ustica. Se il governo italiano ha taciuto su Ustica, non tirando ami in ballo l’ipotesi dell’attacco sbagliato a Gheddafi, tanto meno poteva accusare Gheddafi di essersi vendicato 40 giorni dopo a Bologna”. [intervista del 2003 a Gianluca Semprini]

Non ci sarebbe da stupirsi se, oggi che Gheddafi pare liquidato (?), improvvisamente si cominciasse a parlare di un qualche archivio del dittatore, conteso tra questo e quel servizio segreto. E della necessità di rispolverare la pista libica… Vedremo.

Tra i fan della pista palestinese spicca invece il nome del magistrato Rosario Priore, giudice del processo su Ustica che, da qualche anno, sente la necessità di sottoporre alla nostra attenzione – e a quella degli inquirenti bolognesi – le proprie convinzioni (spesso analoghe a quelle di Cossiga): Bisogna vedere se dopo queste nuove piste emergeranno elementi tali da indurre a una revisione del processo. La tesi su cui si stava lavorando alla procura di Bologna era quella di un attentato di matrice palestinese, del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FLP), il cui leader per l’Italia era in carcere per la famosa storia dei missili di Ortona(dichiarazione rilasciata il 31 luglio 2011). Non si capisce bene quali siano le piste “nuove”, ma il diritto di parola sancito dall’articolo 21 della Costituzione va ovviamente riconosciuto anche a Priore. Solo un paio di domande sorgono spontanee. Chissà perché un magistrato con la sua reputazione, anziché raccontare ciò che sa direttamente ai magistrati, preferisce telefonare ai giornalisti? Chissà perchè nel 2010, sempre alla vigilia del 2 agosto, Priore ritenne di dover partecipare ad un convegno, alla Camera dei Deputati, organizzato nientepopodimenoche dalla deputata berlusconiana Barbara Saltamartini?

Questi sono i veri “misteri d’Italia”. Per quanto riguarda la strage di Bologna di misteri non ce ne sono: ci sono solo segreti. Segreti che alcune persone ancora vive conoscono. Qualcun altro che li conosceva, invece, è morto: il 6 ottobre 2010, per esempio, a Sergio Calore hanno spaccato la testa con un piccone e lo hanno sgozzato… Calore era stato uno dei primi collaboratori di giustizia dell’eversione nera e si era sposato con una ex brigatista. Nel 1977 fu tra i fondatori della rivista “Costruiamo l’azione”, insieme a Fabio De Felice, Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Paolo Aleandri. Due anni dopo Valerio Fioravanti conobbe, in carcere, sia Calore che Signorelli.

Ancora oggi caos e disinformazione producono risultati: come al solito nessuna loquace comparsa ha rilasciato dichiarazioni sul contenuto dei discorsi ufficiali di Paolo Bolognesi. Non si discute, per esempio, delle intercettazioni in cui Gennaro Mokbel, oggi agli arresti domiciliari, rivendicava così la scarcerazione dei pluriergastolani Mambro e Fioravanti: «Tirarli fuori dal carcere mi è costato un milione e duecentomila euro»

No, si preferisce parlare d’altro. Nessuno o quasi, specie sulle pagine nazionali dei quotidiani, ha messo in evidenza l’ennesimo sfregio del governo ai familiari delle vittime e alla città di Bologna, rifiutando di partecipare alla commemorazione con il falso alibi dei fischi (fischi che, finché non si processeranno i mandanti della strage, ogni governo avrebbe il dovere di sopportare). A due anni dalla definitiva scarcerazione di Valerio Fioravanti – dopo 5 anni di libertà condizionata; anni di carcere effettivamente scontati: 18 (settanta giorni per ogni persona uccisa) – è tornata di moda la pista palestinese. In attesa che anche in Italia, prima o poi, i comuni mortali (i fantomatici “cittadini”) possano accedere ad archivi pubblici informatizzati e, perciò, facilmente accessibili – e in attesa della effettiva abolizione del segreto di stato sulle stragi – la faticosa ricerca della verità, in Italia, deve ciclicamente fare i conti con le esternazioni di politici, magistrati, avvocati, liberi pensatori e depistatori più o meno professionali: tutti impegnati ad alzare polveroni e polemiche, il cui unico esito (lo scopo?) è quello di creare confusione nell’opinione pubblica. Naturalmente a discapito della verità e della cosiddetta “informazione”.

Nelle scorse settimane il solo fatto che dalla Procura di Bologna sia trapelata la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati (“indagati, non arrestati” ha fatto notare Libero Mancuso, ex pm del processo che ha condannato all’ergastolo Valerio Fioravanti e Fancesca Mambro in quanto esecutori della strage). Come ha scritto il giornalista Mario Adinolfi – aggredito da otto ragazzini lo scorso 8 gennaio a Roma – sul suo blog:

“Rimettiamo in ordine i tasselli. Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono incredibilmente liberi, nonostante abbiano sulle spalle la condanna all’ergastolo per il più grave atto criminale mai compiuto nell’Italia repubblicana (la strage di Bologna) e complessivamente nove ergastoli per aver ucciso poliziotti, carabinieri, magistrati, ignari passanti, minorenni e camerati che potevano incastrarli. Gennaro Mokbel dice di aver speso un milione e duecentomila euro per tirarli fuori di prigione. Gennaro Mokbel ha legami con la massoneria, infiltra le forze dell’ordine, ha un senatore come “schiavo” [l’ex senatore del PDL Nicola Di Girolamo, nda] e gli stessi Mambro e Fioravanti gli dimostrano deferenza, amicizia, gratitudine. Le telefonate intercettate tra le due coppie sono decine”.

A prescindere dalle indagini (del passato, del presente e del futuro), questi sono fatti storici innopugnabili. Con buona pace di giornalisti “impegnati” come Minoli e Provvisionato. A distanza di trent’anni il quadro storico-politico all’interno del quale maturarono le stragi di piazza della Loggia, dell’Italicus, di Bologna e del Rapido 904 è più che consolidato. La giustizia farà il suo corso, per quel che le compete. La memoria di ciò che è dimostrato in milioni di pagine di atti giudiziari e la incessante ricerca della verità sui mandanti, invece, sono obiettivi che non riguardano solo la magistratura. E nemmeno solo i governi, fortunatamente… La verità sulle stragi (non solo quella di Bologna) è un impegno troppo serio per appaltarlo in esclusiva agli “addetti ai lavori” di turno. Per arrivare ai mandanti c’è bisogno di una precondizione: la volontà popolare di conoscerla, la verità. Di pretenderla.