Possono suscitare antipatia quelle facce perennemente crucciate e ancora di più alcune frasi da saccenti militanti. L’indice puntato come un’arma contro le ingiustizie, le disuguaglianze, i razzismi e le violenze del mondo non li aiuta, di certo, a rendersi simpatici ai più.

Eppure a loro poco importa di quello che i democratici da caffè pensano di loro. Sono i figli delle banlieues, delle periferie del mondo, spesso i figli degli immigrati, nati e cresciuti nel disprezzo e nel disconoscimento pubblico (Sarkozy, alcuni anni fa, li definì “feccia umana”). Sono i figli della disuguaglianza che a questo mondo si ribellano e lo fanno (anche) cantando. Il rap politico è il loro genere musicale privilegiato, che meglio si adatta a descrivere la rabbia di una gioventù alienata, la loro esperienza di emarginazione, violenza e repressione. Il rap è un po’ quello che il reggae è stato per le generazioni precedenti, ha la caratteristica di essere stato ripreso in tutto il mondo per dare voce alla vita nel ghetto o ai sentimenti anticoloniali (ciò che gli accademici definiscono esperienza della subalternità). Il fenomeno è particolarmente esteso in diversi paesi del mondo, dagli Usa all’Europa, passando per l’America Latina. E dal contagio non sono estranee l’Asia e l’Africa. Non vi è stata sommossa urbana degli ultimi dieci anni che non sia stata anticipata, scandita e narrata dalle canzoni rap. A ritmo di rap si sono mossi i giovani tunisini che hanno rovesciato il regime di Ben Alì e a ritmo di rap avviene oggi la formazione politica e culturale di intere generazioni di giovanissimi nelle periferie delle metropoli. Come una lingua universale, la musica rap attraversa le nazioni e le culture del ventunesimo secolo per unire in un unico ritmo, arrabbiato e (talvolta) con tratti epici, la gioventù diseredata del globo.  In altre parole, il rap rappresenta oggi una finestra aperta che ci consente di osservare e comprendere meglio una realtà sociale sconosciuta e trascurata da molti (compresi anche i musicisti di altri generi)

I cantanti del political rap (da distinguere assolutamente dai cosiddetti gangsta rapper) non sono delle “rock star”. Sono di più. Sono dei leader politici, sono coloro che danno voce ai senza voce. Almeno è così che milioni di giovani che vivono nelle periferie del mondo li considerano. E forse non senza ragione. Completamente fuori dai circuiti mainstream, i rapper politici cantano con rabbia ma anche con delicatezza, cantano contro le guerre, cantano per riscattare i popoli sofferenti, gli emarginati delle periferie di Londra, Parigi, Marsiglia, Roma, come quelli di Gaza o di Baghdad. La loro musica è un miscuglio di note e di parole strozzate, di rabbia, di bellezza e di singhiozzi rotti. I loro testi hanno connotati di classe, anche se spesso misconosciuti da molti analisti ed accademici. La loro cultura è unitaria (dal Maghreb all’Europa, passando per le Americhe), ma non scevra da influenze esterne o da bastardizzazioni e creolizzazioni locali. Il loro sguardo appare severo, ma, nonostante ciò, non riesce a nascondere del tutto un certo romanticismo. Il fatto è che il romanticismo loro lo condensano in una solida oggettività: con le parole creano una sorta di realtà suonata a ritmo veloce, una realtà spezzata, frammentata, come nel montaggio di un film, inventata a partire dal buio, dalle ombre, dal rovescio.

Lowkey, infatti, è il nome che si è dato uno dei più autorevoli cantanti rap londinesi di questi ultimi anni. Il suo nome d’arte richiama i colori scuri e le luci basse nella fotografia (low key light). Lowkey, come molti altri suoi colleghi, sa coniugare facilmente e felicemente rap e politica, ritmo e militanza. Nel suo nuovo album, Soundtrack to the struggle, previsto  per il 16 ottobre prossimo, egli affronta temi di politica internazionale, tra i quali le sommosse inglesi degli ultimi giorni. Diverse canzoni del nuovo album sono già state rese note al pubblico negli ultimi due anni (è sufficiente andare su youtube per trovarli). Lowkey comunica con una visione del mondo dilaniato e tormentato da troppe ingiustizie, così molecolare e interiorizzata, da riuscire ad incantare ed emozionare. E lo farà anche dal vivo il prossimo 1° ottobre a Roma (al CSOA Forte Prenestino) insieme a Shadia Mansour e Logic.