Ci risiamo: “Silvio, povero Silvio”. Antonio Cornacchione, comico del berlusconismo crepuscolare.

Cornacchione, che succede al Cavaliere con il sole in tasca?
Non parla, non si fa vedere, non fa il bunga bunga da venti giorni. Deve incassare la manovra, deve fingere, e lui non può. Deve farci credere che il ministro Tremonti è una spina nel fianco, non la rosa più bella che si è scelto lui. Capisce che l’uomo in questo momento vive un dramma?

E tace.
Il suo è il silenzio degli innocenti. Quando sta zitto ci dà una speranza di sopravvivenza. Guardavo la partita del Milan nel trofeo di suo papà e pensavo: questo regista ha sbagliato tutto.

Perché?
Non doveva riprendere Silvio con Nicole Minetti, doveva inquadrare prima l’uno e poi l’altro oppure doveva aspettare il fischio di chiusura. Allora avremmo carpito qualcosa di interessante.

Ha perso anche l’amico Gheddafi.
Che dice? Il Colonnello può trovare rifugio ad Arcore, lì c’è il suo ambiente naturale e può farsi addirittura ospitare con le ultime amazzoni rimaste. Villa San Martino è il vero esilio dorato, altro che Venezuela.

Non è loquace come un tempo. Vittorio Feltri gli dà consigli sul Giornale di famiglia.
Silvio ascolta, riflette, medita. Il bunga bunga è in ferie. Come deve trascorrere l’estate tra una lettera della coppia Merkel-Sarkozy e un monito della Banca centrale europea? Tutte queste sigle fanno venire il mal di testa.

Non c’è un rimedio?
Silvio, povero Silvio: passa le giornate a cercare di capire i discorsi di Umberto Bossi.

Come sarà un dialogo fra di loro?
Silvio deve portarsi la smorfia napoletana per tradurre le frasi impasticciate di Bossi. E ripeto: napoletana.

Che brutto periodo. Un consiglio?
No, no, no: questi sono i giorni migliori. Lui non sta governando e, mi creda, gli riesce benissimo.

Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2011