I punti della manovra che colpiscono i ceti popolari sono una dolorosa via crucis che frusta sul vivo piaghe non ancora aperte. Mentre i quotidiani più letti si indignano per la tassa (temporanea) imposta alla minoranza che è costretta a dichiarare guadagni superiori ai 90mila euro l’anno, i milioni di lavoratori precari e a tempo indeterminato sotto i 1500 euro mensili sono oggetto di misure punitive che peggioreranno pesantemente le loro condizioni di vita. Il ‘Decreto ammazzaitalia’ segna una svolta epocale nella storia del popolo italiano. D’ora in poi cambia tutto, in peggio.
Così come i topi di appartamento che aspettano il deserto assolato di ferragosto per entrare furtivamente nelle case vuote, loro hanno svaligiato la nostra vita, saccheggiando diritti conquistati col sangue, oscurando il futuro di milioni di famiglie.

E’ il concetto stesso di democrazia ad essere tradito dalle stesse istituzioni che avrebbero il compito di difenderla. Quella conquistata nei campi di concentramento dopo gli scioperi del marzo 1943, quella bagnata dal sangue dei martiri della libertà e consegnata ai partiti nel 1945, con la smobilitazione delle brigate partigiane e il ritorno di prefetti e questori di regime.

Saltano 4 giorni di ferie pagate all’anno, insieme alle maggiorazioni orarie di chi già lavorava il 1 maggio, il 25 aprile, durante la festa del patrono e il 2 giugno.

Le privatizzazioni di tutte le aziende partecipate e municipalizzate imposte agli enti locali, combinati agli effetti del superamento del contratto nazionale e dello Statuto dei Lavoratori, provocherà una serie di licenziamenti senza precedenti e la svendita di migliaia di beni pubblici.

I dipendenti delle amministrazioni che non procederanno ai tagli ordinati perderanno la tredicesima, nel più classico esempio della guerra tra poveri.

I dipendenti pubblici che vorranno andare in pensione dopo 40 anni di lavoro (le pensioni di anzianità quelle che Giavazzi del Corriere non si vergogna a definire ‘rendite’) dovranno aspettare due anni (in cui non maturano interessi) per ottenere la liquidazione. Lo scippo del Tfr, dopo il sostanziale fallimento dell’operazione fondi pensione privati, diventa legge.

Per gli statali sono previsti licenziamenti appena mascherati dalla ‘possibilità’ di trasferimento (obbligatorio) in sedi sparse sul territorio nazionale diverse da quelle attuali e dalla residenza.

I nuovi contratti aziendali che già sono allo studio presso consulenti del lavoro, avvocati, e società del personale di tutta Italia, porteranno al superamento dei minimi tabellari nazionali: un disastro per gli stipendi di molti italiani, specie in aziende di medie e piccole dimensioni (il 90% del totale). Inoltre i contratti di lavoro potranno derogare dallo Statuto dei lavoratori, rendendo molto più economici i licenziamenti. Salta il riferimento alle otto ore di lavoro, alle maggiorazioni orarie, ai turni definiti dalla legge, i limiti di assunzione dei precari: diritti dei lavoratori che intellettuali, analisti, politici e sindacalisti di tutti i partiti non esitano a definire insostenibili ‘rigidità’.

Il taglio dei trasferimenti agli enti locali si riverserà su cooperative di servizi e imprese, commesse e bandi pubblici, progetti e a tutto il terzo settore influenzando la vita di milioni di cittadini.

La riforma dell’assistenza con il superamento dell’indicatore di reddito ISEE con un nuovo strumento più severo si propone di risparmiare 17 miliardi di euro, la ferita più grande per il popolo italiano. Revisione totale dei parametri per accedere alle pensioni di reversibilità, di invalidità e di accompagnamento.

In caso di non raggiungimento dei risparmi previsti scatterà l’annullamento alle detrazioni per spese di mutuo e spese mediche e di tutte le altre detrazioni oggi previste per le dichiarazioni dei redditi.

Aumentano le tasse sui carburanti, e sul tabacco mentre il costo del caffè in alcune città del nord oggi è passato a 1,10 euro.

E non è finita qui: gli ordini inviati dai vertici della Banca Centrale Europea al governo chiedono il licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici e un contemporaneo taglio dei loro stipendi già oggi bloccati fino al 1.1.2015.

Veri e propri ordini che non sono nati improvvisamente 3 giorni prima di Ferragosto come la propaganda cerca di inculcare nella mente degli italiani, ma noti da almeno un anno in svariati ambienti politici, imprenditoriali e sindacali. Oggetto di interventi travestiti da studi e convegni, libri e ricerche di vari ‘centri studi’ di Confindustria, Federmeccanica, Cgil, Cisl, Uil. Ecco allora che l’enfasi con cui sono stati festeggiati i 150 anni dall’unità d’Italia, quelle bandiere, l’inno di Mameli fatto imparare a memoria fin dagli asili, assumono un significato ben diverso da quello che tutte le istituzioni han voluto trasmettere: loro sapevano e han taciuto.

Anche l’impegno militare senza precedenti nella guerra di aggressione della Libia e l’ostinato impiego di una forza sproporzionata nella Valsusa contro il movimento No Tav svelano l’indicibile: stati stranieri non sono solo i padroni del debito dell’Italia ma usano come già successo più volte nella storia recente, i suo apparati per condizionarne ogni azione, facilitare investimenti, sfruttando industrie e consumi. Usando la democrazia italiana  e lo stato a loro uso e consumo. Screditando da anni tutto ciò che è pubblico per poterlo comprare a un prezzo migliore.

Il decreto può ben essere paragonato al disastro dell’8 settembre con una classe dirigente in fuga dalle proprie responsabilità ma attivissima a nascondere la verità agli italiani con l’uso di un apparato comunicativo tanto potente da fare impallidire la struttura della propaganda fascista, tanto fazioso da far rimpiangere i comunicati dell’agenzia Stefani.

Le colpe decennali di dirigenti, imprenditori e sindacalisti vengono mascherate nei Tg da squallidi teatrini di circostanza, finte ‘battaglie’ politiche tra opposizioni e maggioranze sempre più simili, accomunate dalla fedeltà al dogma liberista, dall’incapacità e da odiose pratiche clientelari che li screditano completamente agli occhi del popolo. Intanto potenze e poteri stranieri sono diventate padrone del destino dell’Italia.

Il tentativo di far passare la manovra come un atto di responsabilità nazionale è da rigettare ai responsabili del crack, a chi continua a contrarre debiti per spese militari, grandi opere, guerre mascherate da missioni di pace e investimenti pubblici ingiustificabili.

Il ‘decreto ammazzaitalia’ è un insieme di leggi fortemente classiste che colpendo la vita dei più deboli negano i principi dai quali è nata la Repubblica: l’unica coesione nazionale possibile è quella popolare contro questo decreto.