Per quanto posso ricordare, il confine tra fantasia e realtà è sempre stato per me disperatamente incerto.
Ci ho messo quasi tutta la vita per capire che è questa la chiave della mia esistenza, e me ne sono venuti più angosce, conflitti, disastri e delusioni di quanto forse mi meritassi. D’altra parte, mi ha anche dischiuso porte che altrimenti sarebbero rimaste per sempre serrate.
Arte e poesia, il mondo dell’immaginazione, sono sempre parse più reali a me, ragazzo cresciuto nella Polonia comunista, dei limiti angusti dell’ambiente circostante. Fin dai primi anni, mi sono reso conto di non essere come tutti gli altri: vivevo in un mondo a parte, un mondo irreale tutto mio
”.

Roman Polanski, Roman Polanski, Bompiani, 1984, p. 7.

Confini e porte, scivolamenti in zone oscure, il fantasma comunista, la nicchia in cui nascondersi per sopravvivere. Nell’attacco della sua autobiografia – pregevole come quelle di altri grandi del cinema, ma meno fortunata editorialmente e purtroppo priva di ristampe e espansioni ulteriori – Polanski decifra perfettamente se stesso, come uomo e come artista, presentando da subito il contrasto come una delle costanti di un’esistenza colma di colpi di scena. I primi ricordi in via Komorowski a Cracovia aprono un racconto che ripercorre i successi artistici in giro per il mondo senza tralasciare i notissimi punti oscuri per poi concludersi ancora una volta in Polonia nel 1984, nel pieno di Solidarność, mentre a teatro indossa la parrucca di Mozart nell’Amadeus di Peter Shaffer.

Non c’è un cineasta più circolare di Polanski, che spessissimo finisce laddove ha iniziato, sospendendo il giudizio e allontanando lo sguardo da ogni certezza. Al confine tra realtà e fantasia, veglia e sogno, sta un cinema che pur giocando coi generi si tocca e si riflette tutto insieme in uno specchio d’acqua, spesso torbida, salmastra. Il mondo di questo poeta dell’ambiguità balugina costantemente sull’abisso, mischiando classico e grottesco, Shakespeare e Beckett, piglio verace da auteur europeo e senso dello spettacolo all’americana, confondendo la vittima col carnefice, scendendo nella tana di un Bianconiglio che ha lo zampino del diavolo.

I tormentoni critici dell’autore che fa sempre lo stesso film e di quello che non ne ha fatto uno uguale all’altro, benché antitetici, trovano entrambi piena giustificazione nella sua filmografia, attestando tanto la singolarità e l’imprendibilità di uno straordinario corpo d’opera quanto l’intrinseca inaffidabilità di ogni luogo comune. Con rarissime eccezioni, da Il coltello nell’acqua (1962) a L’uomo nell’ombra (2010), pellicole ugualmente triangolari, lo sberleffo del regista attraversa commedie e horror, drammi storici, thriller, noir, avventure nei mari dei Caraibi o dell’erotismo, creando isole in cui la profondità e la corposità del gesto artistico va di pari passo con il piacere della visione, con la mancanza di tempi morti, con un senso del ritmo di raro vigore.

Dopo aver vinto Oscar, Palme e Orsi vari, Polanski – che oggi compie settantotto anni – sarà in concorso alla prossima Mostra del Cinema di Venezia con l’atteso Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza. Si tratta di un testo da camera su due coppie di genitori che s’incontrano per discutere civilmente della rissa esplosa tra i rispettivi figli fino a un epilogo davvero inaspettato. Chi meglio del regista del capolavoro Cul de sac (1966) o del sottovalutato La morte e la fanciulla (1995) può portare sullo schermo un gioco al massacro tutto giocato sulla parola, il dialogo e i suoi spaventosi buchi neri?