In queste settimane si è ripreso a parlare di ”fiducia” e ”credibilità”, soprattutto con riferimento al debito pubblico italiano e alle collegate manovre governative. In questo articolo vorrei spiegare come gli economisti ragionano sulla credibilità, e perché oggi la credibilità si può aumentare solo cacciando il governo e adottando serie misure anti-casta, come la vendita della Rai, l’eliminazione dei privilegi pensionistici per i parlamentari, etc.

Cosa intendiamo con l’espressione ”credibilità” riguardo al pagamento del debito pubblico? Il risparmiatore che deve decidere se prestare o meno i propri soldi allo stato si deve porre almeno due domande importanti. La prima riguarda il futuro economico del paese. Quanto crescerà l’Italia nel futuro, quante risorse saranno disponibili per ripagare i debiti che oggi vengono contratti? Senza risorse sufficienti, nessuno riuscirà a pagare il debito. La seconda riguarda il tipo di governo. Assumendo di avere le risorse per pagare il debito (ossia, assumendo che sia possibile tagliare la spesa pubblica e/o aumentare le tasse a sufficienza), il governo vorrà veramente farlo, e fino a che punto?

La questione della credibilità è connessa alla seconda domanda. Più precisamente, la domanda è: quanto è pronto il governo a intraprendere azioni che garantiscano il pagamento del debito anche se vanno contro i suoi interessi politici o personali (nel senso di interesse personale dei membri della casta)?  Più alta è la probabilità che si assegna al fatto che il governo non sia capace di fare le cose necessarie per pagare il debito, più basso sarà il prezzo che il risparmiatore è disposto a pagare per acquistare i titoli del debito pubblico. O, per metterla in termini equivalenti, più alto sarà il tasso d’interesse che è necessario pagare per indurlo a prestare i suoi soldi al governo.

L’aumento dei tassi d’interesse sul debito italiano, osservato a partire dal mese di luglio, è dipeso da modifiche nelle aspettative degli operatori. Oltre all’aumentata probabilità di recessione, c’è stata una caduta di credibilità del governo dovuta al fatto che, a fine giugno, Tremonti ha presentato una manovra che spostava le scelte políticamente difficili a dopo le elezioni. Da allora il governo sta disperatamente tentando di riacquistare la fiducia dei mercati, e sta imparando a sue spese quando ciò sia difficile.

La ragione per cui è così difficile acquistare credibilità una volta persa non sono misteriose. Ho discusso più in dettaglio come evolve nel tempo la credibilità in una versione più ampia di questo scritto pubblicata su Noisefromamerika. La sintesi è questa: se si vuole veramente convincere qualcuno a cambiare idea occorre presentare evidenza “sorprendente”, occorre che si osservino fatti ritenuti improbabili. Se vogliamo quindi rispristinare rapidamente la fiducia dei mercati è necessario che si osservino provvedimenti inattesi.

La permanenza di questo governo è un ostacolo al ripristino della credibilità del paese. Anche in questi giorni, il suo comportamento si è allineato a un copione atteso, che viene recitato da anni. Il governo agisce, di malavoglia, solo quando una crisi di fiducia lo costringe ad agire. Tagli sostanziali e un riordino e razionalizzazione della spesa sono impossibili. Le tasse colpiscono sempre le solite, esauste, tasche. D’altra parte, al di là della palese bassa qualità intellettuale e morale dei suoi componenti, il governo mantiene la sua maggioranza parlamentare grazie a un gruppo di mercenari che hanno reso il termine ”responsabilità nazionale” un preclaro esempio di doublespeak orwelliano. Nei prossimi giorni vedremo, come sempre, gli interventi ad hoc qua e là per placare gli interessi colpiti. Oggi sono le province di Sondrio e Siena, domani sarà qualcos’altro. Alla fine resteranno le nuove tasse, e l’ulteriore erosione di credibilità del governo. Piccola, perché non si può erodere più di tanto ciò che è quasi del tutto consunto.

Per queste ragioni la cosa migliore che il governo può fare per il bilancio pubblico è andarsene immediatamente. A chi pensa seriamente che la situazione emergenziale richieda che il governo resti per attuare provvedimenti immediati, consiglio due cose. Primo, si compari il costo di un 3% di spread addizionale sul debito italiano con l’entità della manovra. Anche se la cosa richiederà tempo, alla fine il 3% percolerà nella intera struttura del debito. Con 1.900 milardi di euro di debito, il 3% in più corrisponde a  57 miliardi annui. Questo numero non va preso alla lettera, il debito a scadenza breve ha tassi minori e comunque ci vorrà tempo per rinnovare tutto il debito ai nuovi e più alti tassi, ma lo stesso fornisce un’idea dell’ordine di grandezza. Cacciando immediatamente un governo corrotto e incompetente tale costo sarebbe significativamente ridotto. Secondo, i provvedimenti straordinari, che pur van presi, li può tranquillamente prendere un governo tecnico in attesa delle elezioni. Visto che da destra e sinistra si invoca la ragionevolezza e la serietà, lo si faccia in un modo veramente utile al paese.

Ma non basta cacciare il governo. Per scuotere veramente i mercati, per convincerli che l’Italia sta effettivamente imboccando un sentiero di risanamento delle finanze pubbliche, occorre prendere provvedimenti che segnalino realmente un profondo cambiamento di attitudine, che mostrino che la presa strangolatrice della casta sull’economia e sulla società italiana si sta allentando. Una possibile proposta è la vendita della Rai. Non perché ci si fanno soldi; senza canone l’azienda dovrà ristrutturarsi profondamente anche solo per sopravvivere. La cosa più urgente e più importante da fare non è raccattare qualche miliardo qua e là. La cosa più urgente da fare è convincere il pubblico che la musica è cambiata. Senza questo cambiamento di aspettative i miliardi che verranno raccattati con nuove tasse evaporeranno istantaneamente alla prima ripresa di tensione nei mercati.

La Rai, ricordiamo, è da sempre la riserva favorita della casta. Non è solo questione di manipolazione dell’informazione e della cultura. È, in tante occasioni, la fonte diretta di privilegi personali importanti e sostanziali per i politici. La lista è lunga, dal finanziamento di film fallimentari alla sistemazione di parenti e amici, e non è il caso di ripercorrerla ora. Vendere la Rai sarebbe pertanto un segnale estremamente potente, in grado di dire a tutti ”ciò che prima si pensava impossibile è ora possibile”. In altre parole, è esattamente il tipo di evento inatteso che può far guadagnare credibilità in modo rapido e sostanziale. Non è ovviamente il solo. Riduzione del numero dei parlamentari, eliminazione del loro favorevole trattamento pensionistico e tante altre cosucce possono fornire segnali altrettanto potenti. Meglio ancora se tutti questi provvedimenti verrano intrapresi allo stesso tempo.

Poi, certo, ai segnali bisognerà far seguire i fatti. Pezzi più importanti e succosi del patrimonio statale andranno venduti, misure dolorose di controllo della spesa andranno effettuate. Ma queste sono cose che è bene fare con calma e con cura. Le misure immediate da attuare sono quelle che dicono in modo prorompente ai mercati che nei palazzi governativi italiani si respira aria nuova.

Mi aspetto che tutto questo succeda? No. Ma ci tengo a far presente che le nostre richieste, per politicamente impossibili che siano, non sono (solo) la rabbiosa reazione di un pugno di intellettuali che mancano da troppo tempo dal paese e che sono disgustati dal marciume. Sono, al contrario, la semplice e logica conseguenza di considerazioni di teoría economica assolutamente standard.

di Sandro Brusco