Dopo soli tre anni di governo Silvio Berlusconi ce l’ha finalmente fatta. Con la fortunata collaborazione di buona parte del parlamento il premier é riuscito a portare il Paese, che lui diceva stare “meglio degli altri”, a un passo dal baratro e a minacciare di tirarsi dietro nel precipizio tutto il resto di Europa. Risultato: da domenica le decisioni che riguardano la nostra economia, come dimostrano il comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy e la lettera di Trichet e Draghi, non vengono più prese a Roma.

Ovviamente il commissariamento del nostro esecutivo non sarebbe di per sé un gran guaio. Per i bilanci dello Stato meno Berlusconi e il suo futuro ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, fanno e meglio è. Purtroppo però una cosa sono i conti pubblici e un’altra le condizioni reali dei cittadini. E già dai prossimi giorni gli elettori avranno modo di rendersene conto.

All’invito a fare in fretta e a passare dalle parole ai fatti, il governo non potrà che rispondere con un decreto legge. Dentro ci saranno più tasse (molte di più) e meno stato sociale (molto di meno). Presto, poi, si inizierà a discutere seriamente di patrimoniale. Ma non tarata sui ricchi, come sarebbe giusto e logico. Visto che si é arrivati in ritardo di almeno 24 mesi, si dovrà fare cassa subito. Per questo verranno colpiti  i ceti medi. Il risparmio delle famiglie, del resto, è l’unica voce del bilancio italiano che, nel bene e nel male, continua a dare qualche soddisfazione (i depositi bancari tra il 2007 e il 2011 sono aumentanti in valore reale del 4,7 per cento). I denari per non fallire il governo non saprà far altro che andarli a prendere lì. Come, lo sapremo presto.

Le chiacchiere, del resto, stanno a zero. La conferenza stampa congiunta di venerdì sera tra i due separati in casa Berlusconi e Tremonti, ha rappresentato l’acme della tragicomica pochade messe in scena in questi anni dai due anziani politicanti. Il tentativo di far passare l’idea che per rendere competitivo il Paese fosse necessario cambiare l’articolo 41 della Costituzione è stato un insulto all’intelligenza. E non solo per una questione di merito. Anche per una questione di metodo.

Se pure il premier e il suo ex commercialista avessero ragione (e non ce l’hanno), non possono far finta di non sapere che per cambiare la Carta fondamentale ci vogliono, a essere ottimisti, 18 mesi e due terzi dei voti del Parlamento. Troppo. Decisamente troppo per un paese che di fronte a sé ha un futuro da contare non i mesi, non in settimane, ma in giorni.

Certo se (e non è per nulla detto) la cura da cavallo imposta da Parigi e Berlino, con i relativi acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, servirà per farci sopravvivere alla tempesta dei mercati, resta il non secondario problema di che cosa fare per tentare di risalire la china.

Mentre si discute di privatizzazioni, liberalizzazioni e di tagli ai costi della politica (tutti scelte doverose) l’intervento più semplice è la drastica riduzione del denaro contante che circola nel nostro paese. Eliminare il cash infatti vuol dire dare, da subito, un duro colpo a evasione fiscale e corruzione.

Come farlo? Rendendo obbligatorio da subito l’utilizzo di bancomat, assegni e carte di credito in tutte le transazioni economiche superiori ai 500 euro (un limite che poi andrà ritoccato progressivamente verso il basso).

Un provvedimento del genere, questo è  chiaro, Berlusconi non lo digerirà facilmente. Nel 2008, al grido “vogliono uno Stato di polizia tributaria”, eliminò tutte le disposizioni del governo Prodi sulla tracciabilità dei pagamenti (poi solo parzialmente reintrodotte). E lo fece tra gli applausi. Del suo elettorato, dei professionisti, degli industriali, delle organizzazioni di categoria e, ovviamente, di buona parte dei media. Pure di quelli che oggi gli danno addosso.

Ma allora il premier era un vincente. Era un mercante di falsi sogni a cui gli italiani avevano fatto scivolare il Paese in mano. Oggi quel Paese non c’è più. I sogni del mercante lo hanno distrutto. Restano solo i conti. Che, purtroppo per noi, andranno pagati tutti.