Ai Weiwei, l'Albero della vitaChi non ricorda la mobilitazione internazionale – da Umberto Eco ad Anish Kapoor – per l’artista cinese Ai Weiwei, arrestato a maggio dal governo cinese?

La più famosa galleria d’arte di Berlino, per l’occasione, aveva tappezzato la strada adiacente la sede con manifesti di protesta e distribuiva spillette con la scritta: “Dov’è finito Ai Weiwei’?”, in inglese e in cinese. Era stato appeso fuori dalla galleria uno stendardo con la stessa domanda a caratteri cubitali. Dei visitatori (compresa chi scrive) si era formata una lunghissima fila per ammirare la sua ultima installazione, “L’Albero della Vita”. Furbi, quelli della galleria.

All’apparenza, l’opera ha l’aspetto di due monoliti arborei, in realtà è un complicato incastro di tronchi e rami di quercia segati e ri-assemblati dall’artista (vedi foto). Un’opera profetica: un albero della vita sì, ma spezzato e ricomposto con bulloni, chiodi e cunei, quasi a voler significare quanto e come l’uomo può modificare la sua vita. Ai piedi dell’albero, Weiwei ha posto un giardino di maioliche bianche e azzurre che stanno lì, quasi a rimirare dal basso l’albero, come facciamo anche noi della comunità internazionale, capaci di indignarci senza muovere un dito, talvolta. Ovvero, con velleità da collezionisti facoltosi, qualcuno della cosiddetta comunità internazionale è corso a comprare uno dei manufatti di ceramica, formato piccolo sgabello, per la modica somma di 25mila euro. Ma Weiwei è prigioniero politico: valore aggiunto, quindi.

Si è temuto il peggio sulle sorti di uno dei maggiori artisti indipendenti della Cina (troppo indipendente fino all’accusa di essere un dissidente). Più incerte erano le notizie sul suo destino più lievitavano i prezzi dello sgabello in ceramica.

Nel frattempo, all’inaugurazione della Biennale di Venezia appariva una modesta scritta di protesta sul sagrato della chiesa “Le Zitelle” sull’isola della Giudecca. È stato tutto qui il nostro contributo alla causa, anche perché non c’erano sgabelli di ceramica da vendere a 25 mila euro!

Poi meno di un mese fa, all’improvviso, la bella notizia: Ai Weiwei  è stato liberato ed è ritornato al lavoro. Non si sa cosa si siano detti lui e le autorità cinesi. Possiamo solo augurarci che sia rimasta intatta la sua libertà di espressione.

Una domanda sorge spontanea: una volta libero Ai Weiwei, i prezzi delle sue opere continueranno a lievitare o gli sgabelli in ceramica rimarranno sul gobbo al gallerista berlinese che aveva investito in spillette e stendardi? Ma anche: il valore crescente delle opere di Weiwei sarà legato ad ogni prossimo (ma non glielo auguriamo di certo) arresto?

di Januaria Piromallo