Non è una candid camera, nè un reality e neanche uno dei cupi scenari dipinti dall’immaginazione orwelliana. I dipendenti della spa Avm (Area vasta mobilità) di Forlì-Cesena si sentono spiati dall’azienda. Per loro le 17 telecamere a circuito chiuso che controllano i 3 depositi degli autobus di Cesena, Cesenatico e Forlì non vigilano sulla sicurezza dei luoghi, ma contribuiscono a tenere sotto controllo gli autisti.

La denuncia dei dipendenti Avm è stata raccolta dai delegati sindacali di Filt-Cgil e Uiltrasporti di Cesena. C’è una legge, la 300/70 (Norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori) che all’articolo 4 stabilisce: “È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”.

A ricordarlo è Ermes Zattoni di Filt-Cgil Cesena. “Gli impianti e le apparecchiature di controllo –prosegue il testo della legge- che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti”.

“L’accordo con i sindacati non c’è stato” denuncia Zattoni e Carlo, un autista dell’azienda che chiameremo così per salvaguardarne la privacy e il posto di lavoro, aggiunge: “Hanno fatto tutto per conto loro, nessun intervento di una commissione interna, né tanto meno dell’ispettorato del lavoro”.

La storia della videosorveglianza all’Avm inizia il 28 dicembre del 2000, quando ancora l’azienda faceva parte del consorzio Atr. Allora si autorizzò l’utilizzo delle telecamere per “preservare il patrimonio rotabile aziendale”. Nell’“accordo sulle modalità di utilizzo degli impianti audiovisivi”, siglato con le rappresentanze sindacali, c’è scritto in un’aggiunta a penna: “l’installazione degli impianti non è rivolta al controllo delle attività dei lavoratori”.

Dieci anni dopo, il 14 dicembre del 2010, Ubaldo Marra, ex-segretario Ds del comune di Forlì, ora presidente di Avm ha sottoscritto il regolamento interno di videosorveglianza dell’azienda. Il “principio di necessità” contenuto nel documento si legge: “È stata prevista l’attivazione di un sistema di videosorveglianza ai fini di sicurezza per i beni aziendali, i dipendenti e le eventuali terze persone che accedono presso i depositi di Cesena e Forlì in Avm, a seguito del susseguirsi di furti e atti vandalici verificati negli ultimi tempi che hanno generato concrete difficoltà organizzative e notevoli danni economici”.

“Questo principio non è stato rispettato” secondo l’opinione di Zattoni che continua: “Da sei, sette mesi l’azienda ha cambiato le telecamere, ma non è stato concordato  nessun protocollo che definisca bene le modalità di utilizzo”.

Come venga utilizzata l’apparecchiatura per la sorveglianza lo chiarisce Carlo: “Le telecamere sono state posizionate all’entrata dei depositi: controllano solo il lavoratore, non la sicurezza: ci sono infatti ampie zone, da dove si potrebbe infiltrare chiunque, che restano fuori dal raggio di controllo. A questo si aggiunga che le chiavi delle postazioni, da cui è possibile controllare le registrazioni, dovrebbero essere in possesso delle rappresentanze sindacali oltre che dell’azienda, invece sono unicamente i dirigenti della sicurezza e i capi degli impianti a monitorare le immagini. Loro le usano per controllarci, ma compiono un atto illegale, perché lo fanno senza consultare la rappresentanza sindacale e senza previa denuncia alla magistratura. Hanno ammonito molti di noi –conclude Carlo- controllando retroattivamente le nostre azioni registrate dalle telecamere, in alcuni casi sono andati a vedere immagini antecedenti di 5 giorni al fatto contestato”.

Cgil e Uil hanno chiesto ad Avm se fosse al corrente dei fatti e in secondo luogo se sapesse quali dirigenti visionavano le immagini registrate. La risposta dell’azienda, per voce del presidente Marra, è perentoria: “Le accuse che ci vengono rivolte sono basate sul nulla. Farò una verifica interna ma che io sappia nessun dirigente è stato autorizzato a controllare le registrazioni. Ricordo anche che le immagini delle telecamere a circuito chiuso non si guardano mai in diretta, ma vi si ricorre eventualmente in seguito alla segnalazione di un episodio criminoso. In sostanza a noi non risulta alcuna evidenza di queste registrazioni e i sindacati non adducono alcuna prova di quanto denunciato”.

Non ci sta Carlo, che all’interno dei depositi lavora: “Marra o non sa o mente. L’azienda non ha il diritto di spiarci. Se non cambierà atteggiamento il prossimo passo sarà una denuncia alla procura della Repubblica”. I problemi di Avm ora sono da declinare al plurale. I rapporti tra l’azienda e le sigle sindacali sono tutt’altro che idilliaci: “Siamo in una fase di scontro più che pesante” afferma Zattoni.

Oltre alla questione della videosorveglianza, ai sindacati sta a cuore la contrattazione per la nascita di Start, la nuova società che unirà le aziende dei trasporti delle tre province romagnole, come al tempo della Atr. Start dovrebbe essere operativa da gennaio 2012, ma i sindacati sono disposti a mettersi di traverso se non muterà l’atteggiamento dell’azienda forlivese “che tenta di portare avanti trattative ad personam, cercando così di risparmiare sugli stipendi non larghi dei dipendenti”.

Ulteriore motivo di attrito, con le sigle a tutela dei lavoratori, sono gli 11 licenziamenti e i 25 procedimenti di cassa integrazione che nell’ultimo periodo hanno colpito le aziende private che integrano il trasporto pubblico di Avm. L’Avm per Zattoni “sta cercando di dimostrare che può fare quello che vuole indipendentemente dai rapporti con i sindacati”. D’altra parte Cgil e Uil non sembrano disposte a farsi scavalcare nel processo di riassetto aziendale che si sta delineando all’orizzonte.