Una volta i governi balneari duravano sei mesi. Servivano a sancire una tregua estiva nelle faide tra le correnti democristiane e tra queste e gli alleati più o meno riottosi del centrosinistra d’antan.
L’innovazione precipua apportata dalla Seconda Repubblica è il governo balneare che dura tutta la legislatura e come quelli degli anni ’60 vanta un’insuperabile competenza in tre ambiti: gli annunci vacui, il rinvio e il tirare a campare ondivago. A differenza dei loro scialbi predecessori che scaldavano le sdraio in attesa delle languide ottobrate romane i ministri balneari della Seconda Repubblica, forse per illudersi di giustificare la permanenza, mostrano atteggiamenti da austeri difensori del rigore nei conti, riformatori illuminati, castigamatti di fannulloni e persino poeti incompresi. Del resto traggono ispirazione da chi si ritiene il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni (anche se ultimamente l’auto celebrazione gli si strozza in gola).

Il vaniloquio berlusconiano nell’aula grigia e sorda degradata a bivacco di manipoli servili (ed inquisiti) assume un’aura grottesca. E’ stranamente inquietante osservare oggi la dissociazione dalla realtà di un uomo che si piccava di plasmare l’umore delle folle con l’eloquio da piazzista e il mito dell’imprenditore. La realtà che sconquassa il gioco di specchi è crudele: agli attuali livelli di tassi il debito pubblico italiano non è sostenibile, né ci sono reti di protezione perché l’entità è fuori dalla portata di qualsiasi soccorso internazionale. A questo dato bisognava dare una risposta annunciando un’inversione di rotta drastica e verificabile. Discontinuità l’avevano definita i pilastri del sistema consociativo italiano, fino a ieri succubi e complici dell’egoarca e oggi increduli a contemplare il baratro.

Andava annunciato almeno un nuovo ministro in tempi rapidi perché il contabile con ubbie da filosofo (e tresche meno filosofiche nelle aziende di Stato) non incanta più. La “manovra” rabberciata in fretta e approvata tre settimane fa era e rimane una patetica farsa, un topolino partorito dalla tre-montagna. I mercati ne hanno semplicemente tratto le conseguenze e a nulla varranno gli strali contro gli speculatori (in un paese dove affrontare le responsabilità si easurisce nella ricerca degli untori) o le tirate di Alfano contro i mercati che non possono far cadere i governi (per colmare l’ignoranza basterebbe una telefonata a Zapatero).

Il mesto disco rotto risuonato ieri a Montecitorio sui fondamentali dell’Italia, sulla solidità del governo, sulla delega fiscale, sul risparmio delle famiglie (si minaccia una patrimoniale?) sulla capitalizzazione delle banche, equivale a un invito pressante a sbarazzarsi del debito sovrano italiano e delle azioni bancarie. Per convincersene basta calarsi nei panni di un gestore di fondi pensione in Minnesota che sente affermazioni del tipo “l’evoluzione dei conti pubblici è più favorevole che in altri paesi avanzati, dopo la recessione e con la ripresa economica”, o di un risparmiatore svedese che legge frasi siffatte “I mercati tuttavia non valutano correttamente il merito di credito. Non è tenuta nel giusto conto la solidità del sistema italiano e i nostri punti di forza”. E un banchiere tedesco come dovrebbe reagire all’affermzione che “L’Europa ha approvato la manovra economica dell’Italia. Tutti gli osservatori internazionali hanno giudicato adeguata e in modo positivo la manovra”? Figurarsi quanto si eccita poi un trader di Hong Kong per un “patto di crescita con le parti sociali”.

Purtroppo a questo finale di partita si è arrivati non soltanto per dissennatezza del governo, ma anche a causa di indebite interferenze e della compulsione alla complicità dell’opposizione. Se a novembre 2010 si fosse votata subito la sfiducia a un esecutivo disastrato, come da prassi consolidata (e buon senso istituzionale), oggi non saremmo sul Titanic (ipse dixit) o almeno avremmo avuto tempo di correggere la rotta. Invece si è consentita la campagna acquisti, con la giustificazione della messa in sicurezza del bilancio (che sicurezza!). L’arbitro non può decidere di punto in bianco che il rigore si tira da centro campo o dalla bandierina del corner, anche se nutre buone intenzioni (di cui non a caso si dice essere lastricata la via per un luogo disagiato).

Come finirà? Difficile dirlo, perché quando una struttura non regge il peso, può sfasciarsi in qualsiasi punto e in qualsiasi istante. L’ipotesi en vogue è una riedizione del 92-93, quando finirono i soldi che tenevano in piedi il sistema di corruttele. Purtroppo non saremo così fortunati. Con l’euro le vie di fuga e le uscite di emergenza sono tutte bloccate. Rimangono le finestre. Ma non tutti abitano al piano terra.

Nella foto: Vertice a Palazzo Chigi per affrontare i nodi della crisi (clicca qui per ingrandire)