All’indomani dell’autorizzazione all’arresto di Alfonso Papa e di quella negata da parte del Senato per Alberto Tedesco, decisione avvolta da un’aura di apparente mistero, Giorgio Napolitano ha sentito il bisogno di esternare ai giovani magistrati ed al paese il leitmotiv che sta caratterizzando il suo settennato, ma che nel contesto è suonato in qualche modo più stonato del solito.

Le domande, a proposito di alcuni passaggi particolarmente impervi, sono sorte spontanee in chiunque abbia presente la situazione contingente e il dettato costituzionale, e molto opportunamente Antonio Padellaro le ha rivolte al Capo dello Stato dalla prima pagina de Il Fatto Quotidiano. Nel passaggio in cui il capo dello Stato e presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati li esorta a “ad evitare condotte che creino indebita confusione di ruoli e fomentino l’intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura a chi e a cosa si riferiva? Quali condotte di natura meramente politica sarebbero addebitabili ai magistrati? In che modo e con quali comportamenti concreti avrebbero cercato di invadere il terreno della decisione politica? Al contrario, non abbiamo assistito da oltre un ventennio, tanto per rimanere strettamente sul piano dell’art. 68 della Costituzione e della valutazione riservata alle camere di appartenenza sull’autorizzazione alla custodia cautelare, ad un consolidato abuso della politica che si fa giudice dietro l’alibi del fumus persecutionis per garantire l’impunità generalizzata?

Poi in un passaggio successivo Giorgio Napolitano, in palese contraddizione con il precedente rilievo sulla “indebita confusione dei ruoli”, addebitata ovviamente non ai politici ma ai magistrati, li invita a “calare le proprie decisioni nella realtà del paese, facendosi carico delle ansie e delle aspettative della collettività” e cioè, incredibilmente, a prendere decisioni secondo criteri di opportunità politica e in sintonia con “lo spirito dei tempi”. Sinceramente è un invito di cui è difficile capacitarsi, non solo perché come ha sottolineato in modo chiarissimo Antonio Padellaro, i magistrati sono soggetti solo alla legge (art.101 Cost.), hanno l’obbligo quando vi sia una notizia di reato di esercitare l’azione penale (art.112 Cost) e devono applicar la legge nello stesso modo per tutti (art.3 Cost.). Ma anche perché sembrerebbe esortare la magistratura ad esercitare proprio quel ruolo di supplenza politica che le è stato imposto di fatto da oltre un trentennio da una casta partitica incapace e inadeguata, con il paradosso che i magistrati sono stati lasciati soli davanti alle più grandi e terribili emergenze del Paese mentre vengono attaccati e delegittimati quotidianamente perché minacciano “il primato della politica” e si vogliono sostituire al legislatore.

Quasi scontate le reazioni delle testate di famiglia a cominciare da Libero che ha lanciato la carica contro le toghe e ha titolato trionfante “Napolitano scopre i Pm deviati. Bene, ora li fermi”; poi mette all’indice “le mani sporche del Pd”, con tanto di bollettino giudiziario sul sedicente “partito degli onesti che da quando Bersani è segretario conta 35 arrestati tra i suoi esponenti e 400 indagati per corruzione, truffa, ecc) e non può dare lezioni a nessuno”.

Ma anche Il Manifesto in prima pagina, taglio medio, titola “Troppi indagati nel Pd. Napolitano critica i giudici”, mentre Il Corriere della Sera mette in grande evidenza l’intervista del secondo imprenditore che accusa il dirigente di lungo corso del Pd lombardo: “Ho pagato per anni il partito di Penati. Mi hanno subissato”. Insomma, il collegamento legittimo o arbitrario tra l’ennesimo monito del Quirinale alla toghe e il coinvolgimento sempre più esteso di esponenti di primo piano del Pd nella tangentopoli di fine regime, è stato inevitabile e trasversale.

Filippo Penati, dirigente del Pd, ex presidente della provincia, già alla guida della segreteria, indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito al partito, di simpatie socialiste come il migliorista Giorgio Napolitano, ha sempre manifestato con continuità la sua sfiducia nei confronti della magistratura e il suo plauso per la politica delle mani libere; anche quando la giunta Moratti voleva dedicare una strada al grande latitante ha precisato: Craxi è stato un grande statista, mentre Mani Pulite non portò nessuna redenzione”. E, col senno di poi, si può dire che lo diceva con cognizione di causa.

In occasione della cerimonia del Ventaglio, il giorno successivo, il presidente della Repubblica ha parzialmente corretto il tiro, invitando i magistrati ad essere inappuntabili e professionali per vanificare “attacchi inammissibili”; poi ha fatto riferimento alla “comprensibile insofferenza” che aleggia nel Paese nei confronti della casta politica mettendo anche in guardia contro “pericolosi umori antidemocratici”.

Il garante della Costituzione avrà chiaro come e, ci auguriamo, anche più di noi, che i pericoli per la democrazia derivano esclusivamente dalla perdita di autorevolezza e, spesso, di decenza dei suoi rappresentanti.