L’impero di Murdoch è nella bufera, ma quanto sarebbe stato meglio se questa bufera si fosse scatenata quando l’editore australiano e le sue tv si trasformarono nel braccio mediatico della invasione dell’Iraq.
Fu proprio lui, non solo a sostenere le ragioni di Bush, ma anche  a pianificare  e a promuovere una eccezionale campagna di disinformazione, fondata sulla ripetizione ossessiva dei falsi dossier sul presunto arsenale  di Saddam e sulla guerra prossima ventura che  il dittatore si sarebbe apprestato a scatenare contro gli Stati Uniti.

Quella campagna fu  scientificamente programmata, quei dossier erano palesemente  falsi, in realtà si trattava di sostenere gli interessi di ristrette oligarchie.
La campagna promossa da Fox tv, e lo stesso accadde nella Gran Bretagna di Blair, fu talmente massiccia ed invasiva che, ancora qualche anno dopo l’invasione e quando era ormai chiaro a tutti che quegli arsenali  non erano mai esistiti, la maggioranza della opinione  pubblica americana era ancora convinta del contrario.

Forse  allora sarebbe stato giusto incriminare Murdoch per “crimini di guerra“, per aver scientificamente sostenuto “una guerra preventiva“, per aver favorito la morte di centinaia  e centinaia di civili inermi e disarmati, ma quella volta non accadde nulla,  perchè Murdoch serviva alle amministrazioni di allora, perchè le sue tv servivano a  vincere le elezioni, perchè  dava una mano a spiare gli avversari e a mettere in riga chi si  permetteva di dissentire da lui e dai suoi protettori.

La bufera di queste ore, comunque, non ha nulla a che vedere con la legge bavaglio italiana, come pure vorrebbe far credere qualche forcaiolo berlusconiano.

I giudici inglesi non hanno incriminato i collaboratori di Murdoch ed il figlio, per aver diffuso intercettazioni disposte dai giudici, bensì per aver commissionato loro stessi le intercettazioni illecite, per aver spiato ignari cittadini, per aver corrotto pubblici funzionari e politici, per aver spiato gli avversari dell’editore e per aver costruito dossier contro i suoi avversari  e persino contro il cancelliere laburista Gordon Brown, reo di aver preso le distanze da alcune delle scelte di Tony Blair, grande amico dell’editore australiano, simpaticamente chiamato: “Lo Squalo“.

Altro che libero esercizio del diritto di cronaca, qui siamo in presenza di una vera e propria associazione a delinquere che aveva il compito di “pestare e depistare” i nemici dell’editore e dei governi “amici”.
A proposto chi ci ricorda? Il concorso è aperto.

Forse, ora, anche da quelle parti comprenderanno quali danni letali possano derivare dalla commistione troppo stretta tra politica, affari e media. Da noi i chiama conflitto di interessi e in Gran Bretagna?