Il mio amico Benito Arrunada, economista docente all’Università Pompeu Fabra di Barcellona mi dice, ridendo, che la familiarità dell’Italia con un debito pubblico elevato è un dato paradossalmente incoraggiante in questo periodo di crisi: è come una malattia che da tempo ci teniamo e che sappiamo gestire. Sappiamo sopravvivere a noi stessi.

C’è una triste verità in questa provocazione. Il rapporto tra debito pubblico e Pil è oggi pari a circa il 120%, uno tra i più alti al mondo. Era pari al 121,5% nel 1995 e al 103,6% nel 2007. Secondo Arrunada, tutto il mondo dovrebbe ora venire da noi a imparare come si fa a gestire un debito così alto, per così tanto tempo. Per molti paesi, non solo i Pigs (Portogallo, Italia e Irlanda, Grecia e Spagna) ma anche gli Stati Uniti, la crescita del debito è un fenomeno recente e preoccupante perché nuovo ed esponenziale. Non è così per l’Italia. E’ vero che in soli quattro anni il rapporto debito/Pil è aumentato di 18 punti, ma se si fosse preso atto della crisi economica all’inizio di questa legislatura, forse si sarebbe potuta attenuare la crescita di quel rapporto. Forse il mio amico ha ragione, ma i mercati non la pensano così.

Se è vero che non c’è di per sé, “un fatto economico nuovo” che giustifichi l’ondata di attacchi registrati in questi giorni sui titoli di stato e sulle banche italiane (che detengono molti di quei titoli), ci sono forse almeno due fatti politici nuovi che hanno peggiorato il nostro quadro macroeconomico.

Il primo fatto è la persistenza di una mancata politica di sviluppo credibile, assente in questo come nei governi precedenti. Il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale stima (per eccesso?) una crescita dell’1% del Pil per l’Italia per il 2011, contro una media europea del 2%. Ma la Germania crescerà del 3,2% e la Francia del 2,1%. Crescere così poco, in assoluto e rispetto agli altri Paesi europei, ci indebolisce su due fronti: perdita di competitività internazionale, specie nel confronto con la Germania; aumento del peso del debito pubblico. La spesa per interessi si autoalimenta e brucia continuamente le risorse che potrebbero essere destinate allo sviluppo. Di qui l’attacco speculativo sulle cosiddette “vendite allo scoperto”, che altro non sono che scommesse circa la capacità dello Stato di onorare il suo debito. Il paradosso è che questi attacchi aumentano il premio da pagare a chi compra il nostro debito, alimentando ancora la spesa per interessi in un drammatico circolo vizioso. Bene ha fatto la Consob a intervenire su queste vendite, ma limitarsi a chiedere trasparenza è risultata un’arma suntata che ha, semmai, rivelato una debolezza e alimentato ulteriormente la spinta speculativa.

Il secondo fatto è l’annuncio di una manovra finanziaria singolare: elevata nei numeri ma incerta sui tempi. Come può essere credibile un governo la cui manovra finanziaria si realizza in gran parte nella prossima legislatura? E, ancora, come può trovare ascolto dai mercati una politica che mentre parla di sacrifici tira fuori dal cassetto una legge delega, già annunciata dieci anni fa, per la riduzione fiscale?

Come ha giustamente osservato Tito Boeri, se l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, occorrerebbe reperire subito almeno 40 miliardi. Ma al di là dei numeri dichiarati, l’unica certezza oggi è data dal taglio ai trasferimenti agli enti locali e alla spesa sanitaria per un totale di circa 13 miliardi. Un miliardo dovrebbe provenire dall’Irap. La parte che dovrebbe provenire dall’imposta sui depositi titoli (circa 3 miliardi) tra due anni – comunque incerta perché assume che i piccoli risparmiatori non mutino le proprie scelte a seguito della nuova tassazione – pare sia stata eliminata. Dalle pensioni e dal pubblico impiego (tipici settori dove si pesca sempre e facile) potrebbero provenire altri tagli, ma differiti nel tempo. I tagli ai ministeri sono soprattuto nel 2013 e nel 2014. Nelle ultime ore si parla di “tagli alle pensioni d’oro” (quali, per quale ammontare?).Per non parlare della “nuova” riforma fiscale, anch’essa a regime nel futuro. Insomma, per dirla con il refrain di una vecchia pubblicità, vi è il buco con la finanziaria intorno. Ma vendere un buco ai mercati non è altrettanto facile che vendere mentine. Insomma si taglia, si taglia alla cieca e dappertutto. Vecchie idee rispolverate sui ticket e sui beni di consumo.

E poi ritorna il dibattito sulle privatizzazioni. Ma quando si privatizza “solo” per far cassa e senza ridisegnare le regole del mercato, si finisce per trasformare monopoli pubblici in monopoli privati, con la prospettiva di incrementare i prezzi di beni e servizi nel futuro. Una finanziaria attorno al buco, senza uno sguardo al futuro.

Non è un caso che ieri, all’assemblea Abi, Draghi e Tremonti abbiano parlato due linguaggi opposti. Il primo annunciando che nuovi tagli o nuove tasse sono inevitabili, il secondo controbattendo che il problema è l’Europa ‘germanizzata’ e impotente, e che la finanziaria va benissimo. Il dramma è che hanno entrambi una parte di ragione e una parte di torto. Come ha ragione chi chiede che a pagare siano tutti, specie chi ha di più, chi ha avuto di più in passato rubando il futuro a una generazione comunque ‘precaria’.

Contrasto alla crisi e ricerca del consenso non vanno mai insieme. Il vero problema che abbiamo di fronte è che una politica di tagli difficilmente trova consenso popolare, specie se iniqua e priva di futuro. Come diceva Churchill, un grande paese ha il dovere dell’ingratitudine. E grandi statisti hanno il dovere di non cercare il consenso. Ma di questi tempi, evidentemente, scarseggiano. E’ facile cercare il consenso trasferendo ai prossimi governi il peso delle scelte di oggi. Ma senza politiche per la crescita e ‘tagli’ equi, resterà presto solo il buco. Con niente intorno.