Si può dissentire su qualsiasi cosa dica. E magari anche sorridere davanti a certe affermazioni un po’ cosi’: “Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica”. Pero’ quando Luis Cesar Menotti, il Ct Mondiale nel ’78, ma soprattutto tra i più grandi protagonisti della “maradoneide”, si diverte a filosofeggiare o a sparare sulla deriva del calcio contemporaneo, non si può non starlo ad ascoltare. Perché El Flaco odia il “calcisticamente corretto”. Sa di pallone e vita come pochi e nessuno, più efficacemente di lui, è in grado di sfondare la gabbia di conformismo che imprigiona il movimento.

Su “Repubblica” ha preso a ceffoni Mourinho (“Che pensa solo a vincere e quando perde non è colpa sua. Il Barca, con quel 5-0 in campionato, lo ha ucciso per sempre”), la sua Argentina, nei quarti di Coppa America dopo il 3-0 al Costarica, (“Il calcio è come la vita. Non ti alzi alle sei del mattino e ti metti a cercare la donna della tua vita. La incontri o no. Ogni volta che toccano la palla, vogliono vincere la partita. E’ terribile. Un’angoscia”), chi ha assassinato il sentimento (“Da 50 anni si produce dis-cultura. Hanno rubato il calcio alla gente. Ho sperimentato il disastro del capitalismo in ciò che mi circonda, pallone compreso”). Ed ha orgogliosamente rivendicato la primogenitura del football più cool in circolazione (“Non fu Cruyff il primo a giocare come Guardiola, il primo si chiamava Menotti. Mi costò la vita. Ci fischiavano per i troppi passaggi. Giocavo con Maradona alla Messi e Schuster alla Xavi. Ma ogni volta che Schuster la dava ad Alexanco ci fischiavano. Solo sul 3-0 tutti a fare ole’”).

Lo stile di Menotti è sempre stato questo, nessuna concessione alla banalità. Anche oggi, coi polmoni distrutti dalla nicotina, e troppi sogni bruciati, insiste nella sua disobbedienza. Chissà, magari sono spigoli in parte figli anche di un eterno interrogativo senza risposta: la sua Nazionale, quella di Kempes e Passerella, battuta dall’Italia di Rossi e Bettega nella prima fase, avrebbe ugualmente conquistato il mondo senza la tronfia arroganza del potere militare e qualche risultato indecentemente pilotato? Lui stesso, in varie occasioni, ha ammesso di essere stato usato dalla dittatura, pur imbelle nei suoi vertici (“Videla? Un mezzo analfabeta”). E che solo uno dei suoi, Jorge Carrascosa, “El lobo”, il lupo, uno dei guru di quella selezione, preferì ritirarsi qualche mese prima dell’evento. Gli altri li sferzò alla sua maniera: “Non vinciamo per quei figli di puttana, ma per il nostro popolo!”. Salvo poi non mantenere alcun rapporto d’amicizia con i protagonisti di quel successo. Sempre irregolare El Flaco, sempre diffidente davanti ai nuovi padroni, con il giudizio su Messi ancora condizionato da troppe riserve. Un campione, certo, ma deve pedalare ancora parecchio prima di issarsi sulla nuvoletta, quella su cui stanno Di Stefano, Pelé, Cruyff e Maradona: “Dovrei vederlo fuori dal Barcellona e vincere quello che Diego ha vinto a Napoli. Era una banda e lui l’ha trasformata in un’orchestra”.

E’ la prospettiva menottiana, prendere o lasciare, come il tecnico del resto, titolare di una carriera non priva di esperienze sfortunate. A lui il circo attuale, Barca a parte, procura una noia mortale. Ed è proprio il fenomeno in depressione a stimolargli la riflessione più amara. “Il calcio è tre cose: tempo, spazio, inganno. Però non ci sono tempi, non si cercano gli spazi e non mi ingannano più”. Vuoi vedere che almeno una, tra le tante pirotecniche esternazioni del Flaco, è destinata a unire più che a dividere?