Bart De Wever, leader del partito fiammingo separatista N-va

Questa volta potrebbe essere davvero la fine del Belgio. Dopo il rifiuto di Bart De Wever, leader del partito fiammingo separatista N-va alla nota di compromesso del socialista vallone Elio Di Rupo, incaricato dal re Albert II di formare un nuovo governo, l’implosione dello stato belga non sembra più un’utopia. Senza un governo da oltre 13 mesi, ovvero dalle elezioni di giugno 2010, il Belgio è in balia a una crisi istituzionale che vede sempre più lontana la fine del tunnel.

La nota presentata dal leader Ps Elio Di Rupo, avrebbe dovuto in teoria risolvere l’impasse, ma, come ha sintetizzato Liesbeth Van Impe sul giornale fiammingo Het Nieuwsblad, “De Wever ha mostrato a Di Rupo, con tutto il rispetto, il dito medio”. I nodi della discordia sono sempre gli stessi: il budget di stato, le riforme socio economiche, l’autonomia fiscale regionale, la riforma dello stato e il controllo della regione di Bruxelles capitale. Sì perché anche se unito sulla cartina, il Belgio è composto da tre comunità linguistiche differenti (francofona, fiamminga e germanofona) e diviso in tre regioni: le Fiandre a nord, la Vallonia a sud e la regione di Bruxelles-Capitale al centro.

Le elezioni dello scorso giugno, nonostante il buon risultato del partito socialista vallone, hanno assegnato la vittoria morale al partito velatamente separatista della N-va, che ha saputo ben soffiare sul fuoco dello scontento della fetta fiamminga della popolazione del Belgio (58%), la parte più produttiva e trainante del Paese (nelle Finadre si produce quasi il 60% del Pil e il tasso di disoccupazione è circa un terzo di quello del sud). Dopo un susseguirsi di dimissioni, scandali, concertazioni, mezzi accordi e manifestazioni popolari, si era quasi arrivati alla soluzione dell’inghippo, con un governo guidato dal vallone Di Rupo e, appunto, una nutrita lista di concessioni e riforme offerta all’anima fiamminga del Paese.

Ma la secca risposta di De Wever, il cosiddetto “leone delle Fiandre” (e non solo per la stazza), abbatte le ultime speranze di dare finalmente al Belgio un governo e salvarlo dal baratro del tracollo finanziario paventato dal declassamento delle maggiori agenzie di rating e da un debito pubblico ormai al 96% del Pil.

“Questa nota non è una buona base per iniziare a negoziare”, ha detto laconico De Wever, facendo eco al niet già arrivato, ma sicuramente meno pesante, del partito estremista Vlaams Belang di chiara aspirazione separatista. Il tacito assenso della Cd&V (cristiano democratici fiamminghi) ha completato il cerchio del fallimento totale del compromesso.

Scandalizzata e allarmata la stampa belga, sia fiamminga che francofona, per una volta d’accordo sul rischio concreto che corre l’unità del paese e sulla mancanza di responsabilità dei suoi leader. Tra i più duri un editoriale di Beatrice Delvaux su Le Soir (principale giornale francofono) intitolato “Questo non è più un paese”. “Signor De Wever voi mancate di coraggio”, attacca la Delvaux, secondo la quale il leader fiammingo è convinto che “il Belgio non valga la pena di lottare, non è più un paese da amministrare, né da ricostruire né tanto meno da far crescere”

E se secondo il fiammingo De Standaard “ormai è diventata una discesa all’inferno”, il Het laaste Nieuws parla addirittura di “tragedia shakespeariana”. Ciononostante la maggior parte dei cittadini fiamminghi, secondo un recente sondaggio del sito specializzato iVox, continua ad avere piena fiducia di De Wever, visto come il liberatore delle Fiandre dal fardello del sud “povero e assistenzialista”. Paradossalmente, stando ai commenti dei maggiori rappresentati delle forze politiche in campo, la soluzione alla mancata formazione di un governo dopo 13 mesi potrebbe essere proprio indire nuove elezioni.