Devo fare una premessa. Sono reggiano.

Ma gli studi, la moglie e una vita di lavoro a Parma mi hanno fatto amare e sentire questa città come “la mia città”.

È una premessa doverosa perché, a uno che viene dall’altra sponda dell’Enza, non è consentito criticare o, meglio, non si usa dare ascolto quando ha qualcosa da ridire. Da queste parti gli si tappa la vena ancor prima che abbia cominciato. Per non correre ulteriori rischi, ho pensato di tentare un’analisi di quanto accaduto in questi giorni a Parma citando tre autori che qui sono nati e hanno vissuto: Beppe Sebaste, Paolo Nori e Carlo Lucarelli.

Il primo, in uno splendido libro intitolato “Panchine”, ci ricorda come uno dei simboli della città, il monumento a Garibaldi, situato al centro dell’omonima piazza, sia stato modificato per non permettere più alle persone di potersi sedere sui gradini che lo circondavano. Era una seduta libera, molto ambita da tutti i ragazzi, che consentiva di osservare, riposare, leggere, manifestare. L’impedimento ha reso obbligatorio, per chi voglia continuare a sedersi in piazza, il doversi arrendere ai prezzi salati dei bar, a dimostrazione che:

«la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata».

A Parma, da molti anni, si è iniziato a toglierle.

Paolo Nori, invece, nel libro “Mi compro una Gilera” descrive magistralmente un incontro, organizzato presso una televisione locale, nel quale la nuova Amministrazione comunale di centrodestra, che era riuscita nell’impresa di rompere la decennale tradizione di Amministrazioni “rosse” (anche se sarebbe più corretto dire “rosa”), cerca di instillare nei cittadini l’aberrante idea di costruire una metropolitana in città:

“… qualche giorno fa, ero andato a casa di mio fratello per guardare un dibattito televisivo e a questo dibattito televisivo il sindaco ha interrotto un signore che diceva che la metropolitana, se la fanno davvero, come l’amministrazione guidata dal sindaco di Parma vorrebbe, dopo la città per dieci anni sarebbe piena di cantieri, di polvere. Ma che polvere? L’ha interrotto il sindaco di Parma.

Come che polvere? Ha detto quel signore, Devon fare un buco, per forza fan della polvere.

Ma noo, ha detto il sindaco di Parma, è un buco sottoterra, non si fa polvere.

Allora io, subito mi son chiesto se esistono dei buchi sopra la terra….”

Da “Mi compro una Gilera” di Paolo Nori

«Allora si parla di soldi, di metropolitana e tutto diventa aberrante e ridicolo. Ma come si fa a dire: “visto che ci sono i fondi facciamo la metropolitana”. È come quel personaggio di Molière che sostiene: i nasi sono fatti per portare gli occhiali e quindi tutti dobbiamo portare gli occhiali. Visto che ci sono i fondi si fa la metropolitana e tutti devono esser convinti che se ci sono i fondi la metropolitana serve, anche in una città che si percorre in bicicletta. Questa è una condizione uguale alla deriva». Intervista a Paolo Nori a Repubblica Parma del 19 giugno 2008

Tocca a Carlo Lucarelli. Uno scrittore che, per le cose che ha detto e scritto sulle infiltrazioni delle Mafie negli affari della città ducale, è stato “bandito” dalla città stessa e… nessun ente, se patrocinato dal Comune, può invitarlo a iniziative locali:

«È successo che a Parma un importante lavoro di edilizia sia fermo perché l’imprenditore campano che dovrebbe realizzarlo, stanco di essere taglieggiato dalla camorra – da tempo presente in città anche per altri affari con imprenditori parmigiani – si è ritirato per mettersi sotto la protezione delle forze dell’ordine. Così, una cosa che doveva essere fatta, dopo essere costata parecchio, non si fa, non funziona, non c’è. Ripeto, io sono di Parma, ci sono nato e penso a quella città con l’amore che si prova verso una madre, per cui soffro ogni volta che la sento associata a fattacci di mafia, come penso succeda a tutti quelli che vogliono bene a quella città così elegante, nobile e bella. Vale per tutte le città, naturalmente, ma Parma è la nostra, e così noi lo sentiamo di più. Per cui, i casi sono due. O facciamo come gli struzzi, infiliamo la testa per terra e facciamo finta che questo problema non esista ma sia solo la “sparata” di qualche scrittore dalla fantasia noir. Occhio non vede, orecchio non sente, e cuore non duole. O affrontiamo il problema di petto e la mafia – in questo caso la camorra dei casalesi – dalla nostra città la cacciamo via».

Ecco, questa Amministrazione, oggi per metà in galera e metà dimissionaria, con a capo un Sindaco colpito dalla sindrome di Scajola, ha pensato bene di “cacciare” via Lucarelli.

Adesso, però, i parmigiani sembrano essersi svegliati da un sogno di “grandeur” che impediva loro di vedere il disastro che quotidianamente cresceva davanti ai loro occhi: una periferia devastata da palazzoni in costruzione, abbandonati da imprese fallite, ipermercati e aree commerciali che, nell’accavallarsi l’una con l’altra, distruggono il suolo più fertile del mondo e obbligano alla chiusura centinaia di piccoli negozi che rappresentano il collante di una città che ha nel settore alimentare la sua vera fonte di ricchezza.

Oggi Parma brucia.

Come bruciava allora, nei «giorni afosi dell’agosto dell’anno 22. Parma, circondata da pianura. Pianura dove incendi attecchiscono, incendi che portano la camicia nera… Parma salì sulle barricate e non permise ai fascisti di entrare in città». (Pino Cacucci dal libro “Oltretorrente)

«Purtroppo, molti negli apparati dei partiti di sinistra, socialisti e comunisti, non capirono l’importanza di questo tentativo e d’altra parte, padronato, agrari e Savoia avevano già deciso da che parte stare. Gli “arditi del popolo” si trovarono soli contro tutti, anche se al loro interno c’erano non solo comunisti e anarchici, ma anche cattolici, iscritti al Partito popolare, che non esitarono a prendere un fucile da caccia e mettersi dietro le barricate. Parma resta un simbolo dei barricadieri di tutti i tempi, di coloro che, per sensibilità, per dignità, di fronte alla possibilità di perdere tutto, compresa la vita stessa, non chinano la testa e agiscono di conseguenza». (Pino Cacucci da un’intervista su “Oltretorrente”)

Per questo, noi che amiamo Parma, coltiviamo ancora speranza.