“Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”. E’ il testo di un disegno di legge costituzionale presentato lo scorso novembre e che reca “disposizioni volte al riconoscimento del diritto di accesso al web”. Un articolo21-bis della Costituzione che estenderebbe a Internet il principio della libertà di espressione espresso dal 21° articolo della nostra Carta.

A lanciare la proposta lo scorso anno è stato il giurista Stefano Rodotà nel corso dell’Internet Governance Forum che ha avuto luogo a Roma. Una proposta frutto di una riflessione lunga ed elaborata e non improvvisata sull’onda dell’emergenza. Già nel 2003 lo stesso Rodotà, allora Garante per la privacy, rifletteva sull’esigenza di fissare alcuni principi costituzionali per preservare le libertà civili e digitali: una Costituzione europea allo scopo di individuare regole comuni ai diversi stati europei per garantire a tutti l’uso libero di Internet.

L’idea di una modifica in tal senso della nostra carta costituzionale parte quindi da lontano, dal concetto che un’adeguata “copertura costituzionale” possa mettere l’immenso territorio della rete al riparo da chi tenta di metterci impunemente le mani, e regolarlo in modo restrittivo.
Una proposta che di fatto modificherebbe uno dei capisaldi della prima parte della Costituzione. Ma al contrario di chi in modo dissennato e pericoloso ha proposto, ad esempio, di modificare l’articolo 1 cancellando il riferimento al lavoro così da stravolgere un diritto acquisito e frutto di battaglie di libertà e di emancipazione, l’articolo21 bis costituirebbe l’estensione di un diritto e l’acquisizione del concetto di rete come “bene comune”.

Oggi a Roma il mondo della rete si mobilita contro una delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per cui, in nome della salvaguardia del diritto d’autore si rischierebbe la chiusura di decine di migliaia di siti internet, giornali o line, blog e profili dei social network. Un’istituzione amministrativa potrebbe infatti assumere le sembianze del giudice, determinando l’oscuramento dei siti ‘rei’ di violare la normativa medesima. Un’ipotesi grave, sciuagurata, illegittima che dovrà essere contrastata con forza, nelle piazze virtuali e in quelle reali, nelle sedi politiche e in quelle legali, nazionali e internazionali.

Perché non impegnarci concretamente su questa proposta di un articolo bis della Costituzione (e di una specifica Costituzione europea) come risposta a tutti i tentativi passati, presenti e futuri di imbavagliare la rete?