Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri turco

Duecento milioni di dollari di aiuti e un ombrello politico molto importante. E’ il risultato della visita lampo del ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu nella roccaforte dei ribelli libici, Bengasi. Il capo della diplomazia turca è stato nella città libica domenica, per un vertice con i rappresentanti del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt), l’entità politica dei ribelli che sta sostituendo il regime del colonnello Gheddafi come interlocutore credibile per la comunità internazionale. Davutoglu non ha infatti mancato di sottolineare che il Cnt è il «legittimo rappresentante del popolo libico», anche se l’area sotto il controllo dei ribelli è ormai da settimane bloccata al confine centrale del paese, tra le due regioni storiche della Tripolitania e della Cirenaica, di cui Bengasi è capoluogo.

I raid della Nato continuano ma sembrano non riuscire ad avere ragione della resistenza del colonnello Gheddafi e delle sue truppe, troppo indebolite, però, per avere la meglio sui ribelli, che intanto, nelle zone del paese «liberate» dal regime del Colonnello stanno organizzando l’amministrazione e la ricostruzione politica, in vista delle scadenze elettorali dei prossimi mesi concordate con i paesi occidentali e con l’Onu.

La benedizione turca è molto importante per i ribelli, sia dal punto di vista politico che economico. La Turchia, in pieno boom economico secondo i dati della scorsa settimana (Pil in crescita all’11 per cento annuo) è stata per molti anni uno dei principali partner commerciali e industriali della Libia, un ruolo che Davutoglu vuole continuare ad assicurare per il proprio paese, impegnato tra le altre cose in progetti infrastrutturali in Libia per miliardi di dollari. Inoltre, l’appoggio di quella che senza dubbio è in questo momento la più avanzata democrazia di un paese musulmano, è per il Cnt una sorta di «assicurazione» sulle proprie credenziali politiche di fronte ai paesi occidentali e agli altri paesi arabi, a partire dall’Egitto, ingolfato in una transizione più difficile e complessa del previsto, e dalla Tunisia, altrettanto alla ricerca di un ordine dopo la tempesta del crollo della dittatura di Ben Ali. Per Ankara, e soprattutto per l’Akp, il partito del premier Recep Tayyip Erdogan, fresco di vittoria elettorale con oltre il 50 per cento dei voti, è un altro passo verso la riaffermazione del ruolo turco nel Mediterraneo. La decisione di appoggiare il Cnt di Bengasi, infatti, fa il paio con la posizione assunta rispetto alla repressione in Siria, i ripetuti inviti al governo di Assad ad ascoltare le richieste dei cittadini e la scelta di non chiudere le frontiere alle migliaia di profughi che nelle settimane scorse sono scappati in Turchia dal nord della Siria.

Il distacco tra Ankara e Tripoli, del resto, si era già prodotto a marzo, quando la Turchia, membro della Nato e all’inizio molto esitante rispetto ai raid, aveva comunque richiamato il proprio ambasciatore in Libia. Le relazioni diplomatiche sono ora ufficialmente interrotte, in attesa di poterle riprende con un nuovo governo, senza Gheddafi.

«La richiesta di riforme deve essere ascoltata – ha detto Davutoglu alla stampa al termine dell’incontro – Gheddafi deve andarsene e la Libia non deve essere divisa».

Proprio la sorte del colonnello è stata al centro delle domande dei giornalisti internazionali presenti alla conferenza stampa tenuta da Davutoglu e da Abdel-Hafiz Ghoga, portavoce del Cnt. Ghoga ha smentito l’ipotesi di una soluzione politica che preveda una sorta di «pensionamento» di Gheddafi: «Mostratemi un posto in Libia dove Gheddafi non abbia torturato o ucciso e potrebbe ritirarsi lì – ha detto Ghoga – Ma un posto simile non esiste».

Il riferimento è alle parole del capo del Cnt Mustafa Abdul Jalil, che aveva detto qualche giorno fa in un’intervista alla Reuters, che «dopo una soluzione pacifica e dopo che l’esercito è tornato nelle proprie caserme», il Cnt avrebbe potuto decidere se far rimanere in Libia Gheddafi, al prezzo di una supervisione internazionale sui suoi movimenti. Secondo Ghoga, quelle di Jalil erano «opinioni personali» e non la posizione del Cnt, che infatti ha respinto una proposta di mediazione portata avanti dall’Unione Africana perché non prevedeva l’esilio di Gheddafi, dei suoi figli e dei suoi più stretti «collaboratori», a partire da quel Abdullah Sanussi, capo dei servizi segreti, che dalla settimana scorsa condivide con il colonnello e suo figlio Saif al Islam l’etichetta di ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità.

di Joseph ZarlingoLettera22