E’ come ”occuparsi della pagliuzza anziché della trave”. Piuttosto che occuparsi di certi “fatti gravi che stanno emergendo” e “mettere al centro la drammatica situazione degli uffici giudiziari”, si strumentalizzano le indagini per rilanciare temi “che hanno poco a che fare con le riforme urgenti della giustizia” come le intercettazioni. Nel giorno in cui il comitato direttivo centrale dell’associazione discute dell’indagine sulla P4 e del caso Alfonso Papa, magistrato in aspettativa e parlamentare del Pdl (sul quale pende una richiesta d’arresto della procure di Napoli), il presidente Luca Palamara reagisce alle affermazioni che hanno tenuto banco negli ultimi giorni: “Dobbiamo ribadire il no alla strumentalizzazione da parte di taluni esponenti della politica” perché è “inaccettabile che il tema più rilevante diventi nuovamente quello delle intercettazioni”.

Palamara non chiude a una “regolamentazione” degli ascolti, ma in ogni caso non li considera certo “un priorità”. Lo sono “la drammatica situazione degli uffici giudiziari” e la necessità di un’autoanalisi da parte delle politica. “Ogni volta che ci sono pagine giudiziarie dalla quali emergono comportamenti discutibili da parte di soggetti che detengono il potere”, come nel caso dell’inchiesta della Procura di Napoli, la politica non fa mea culpa e isola quei comportamenti, “si preoccupa di trovare il modo perché queste cose non vengano fuori” secondo Giuseppe Cascini, numero due dell’associazione, che sottolinea la “costanza impressionante” con cui negli ultimi anni le intercettazioni sono tornate nell’agenda del legislatore in concomitanza con certe indagini. E seppur “favorevole a un intervento”, concordato con il sindacato dei giornalisti, “che regoli le modalità di diffusione delle intercettazioni non rilevanti”, ribadisce il secco no alla limitazione dello strumento e reputa “in contrasto con il diritto di informazione qualunque azione che limiti la libertà di stampa”, il riferimento è al ddl Mastella, ribattezzato “Legge bavaglio”, rispolverato ieri dal presidente del Consiglio in persona, Silvio Berlusconi.

L’Anm dà un primo segnale: “la questione morale” riguarda anche il sindacato delle toghe” e il parlamentino ha deciso a larga maggioranza (con l’astensione del pm napoletano Francesco Greco, per “ragioni di opportunità”) di affidare al collegio dei probiviri la decisione sulla permanenza di Alfonso Papa nel sindacato delle toghe. Ed è un passo verso l’espulsione dell’indagato: “Ci sono comportamenti – ha detto Palamara – di fronte ai quali non possono esserci indugi e tentennamenti”. Già l’anno scorso, ha ricordato, “chiedemmo un passo indietro ai magistrati coinvolti nell’inchiesta P3” e anche “oggi non possiamo desistere”. Per Cascini l’Anm “deve preoccuparsi per prima dei comportamenti dei propri associati e degli errori fatti che hanno portato all’emersione di certi personaggi”, Papa infatti aveva avuto in passato anche incarichi in giunta. “Sarebbe bene – conclude – che facesse così anche la politica”.

Ma alla politica sembra interessare ben poco l’aspetto morale emerso dalle indagini sulla P4 e molto l’aspetto censorio legato alle intercettazioni: “I buoi sono scappati dalla stalla, serve una legge sulle intercettazioni prima della pausa estiva”, dichiarava ieri il ministro degli esteri Franco Frattini. “Si approvi finalmente il ddl”, chiedeva l’avvocato-deputato Pdl Maurizio Paniz. “Ci muoveremo nella stessa direzione dello scorso anno”, diceva il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Fino all’esplicita richiesta del premier Berlusconi di “riprendere il testo Mastella” del 2007. Oggi sul tema è intervenuto il presidente del Senato, Renato Schifani, in visita ufficiale a Lecce: “Ormai la misura è colma e credo che con un grande gesto di volontà da parte di tutte le forze politiche si possa trovare una mediazione sulle intercettazioni senza che si gridi alla legge bavaglio”, ha detto Schifani riferendosi all’apertura del Pd sulla questione della pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Apertura che Schifani ha definito “un segnale importante”.”Mi auguro – ha insistito la seconda carica dello Stato – che questo capitolo possa chiudersi definitivamente perché credo sia giunto il momento per maggioranza e opposizione evitare che il dileggio della privacy dei cittadini possa essere quotidiano”.

Del resto che l’idea di “bavaglio” sia del tutto bipartisan è cosa nota. Due giorni Massimo D’Alema dichiarava: “In questi giorni leggiamo una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che vedere con vicende penali e sgradevolmente riferiscono vicende private delle persone”. Tutto questo non è positivo – diceva il presidente del Copasir – ma ora è molto tardi per fare una legge ed è inopportuno intervenire per decreto in una materia così delicata”. Ancora più oltranzista il vicepresidente del Csm Michele Vietti: “Già nella scorsa legislatura si è parlato di varare una legge sulle intercettazioni, senza mai far seguire alle parole i fatti. Comunque non è mai troppo tardi”.

Più caute le parole di Pier Luigi Bersani, che ieri giudicava “nella logica delle cose” il fatto che la maggioranza non intenda intervenire con un decreto legge, come sottolineato dal Guardasigilli e segretario designato Pdl, Angelino Alfano, dicendosi disponibile al confronto ma spiegando anche che la formazione della prova non deve essere limitata e sottolineando la necessità di un “discrimine” fra le intercettazioni che possono essere depositate e quelle che devono essere distrutte. Spiegava il segretario del Partito democratico: “noi abbiamo una posizione” in merito: “Abbiamo depositato dei disegni di legge. E’ una posizione che porta il problema alla fonte determinando meccanismi per cui non devono essere divulgate le intercettazioni che non ha senso divulgare perché non hanno pertinenza con le indagini e violano la privacy dei cittadini. Su questa base siamo pronti al confronto”. Un confronto su cui si dice d’accordo anche Nichi Vendola, intervenendo a SkyTg24: “Sono d’accordo con Bersani, credo  che ci possa essere un uso barbarico delle intercettazioni telefoniche”, ha detto il leader di Sel nell’intervista che andrà in onda domani. “Ritengo – ha proseguito – che soprattutto il principio della privacy dei cittadini vada rispettato e regolamentato”.

Ma di cosa si parla quando si fa riferimento al ddl Mastella? Il testo, indicato da Silvio Berlusconi come possibile punto di partenza per rivedere le norme in questione, vieta la pubblicazione, anche parziale o sintetica, di tutti gli atti di indagine fino all’inizio del processo. Divieto che vale ovviamente anche per le telefonate ‘spiate’ e per le parti di ordinanza di custodia cautelare che le riproducono. E’ vietatissimo poi sbattere in prima pagina anche il contenuto delle intercettazioni estranee alle indagini. Per queste ultime il divieto di pubblicazione è totale. Il giornalista che dà pubblicità agli atti vietati rischia l’arresto fino a 30 giorni o l’ammenda da 10mila a 100mila euro. Se invece scrive di informazioni raccolte illecitamente il carcere scatta comunque: da sei mesi a quattro anni. Quindi interviene il Garante per la Privacy che, a spese dei ‘rei’, ordina la pubblicazione dell’ordinanza con la quale si accertano le varie responsabilità su uno o più mezzi di informazione.

Il provvedimento voluto dall’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, è stato approvato nella scorsa legislatura dalla Camera (passò a Montecitorio con 447 sì, 7 astenuti e nessun voto contrario), e ha avuto poi una battuta d’arresto al Senato. Il testo fu il frutto di un compromesso tra parte dell’opposizione, che chiedeva come Alleanza nazionale il carcere per i cronisti e parte della maggioranza che voleva invece solo un aumento delle sanzioni. Alla fine passò la ‘mediazione’ del ministro della Giustizia Clemente Mastella che portò fino a 100mila euro il tetto massimo della sanzione. Evitando così, però, che in Aula venissero messi in votazione gli emendamenti della Casa delle libertà che puntavano al carcere per i cronisti per i quali ci sarebbe dovuto essere il voto segreto.

Contrario a qualunque limitazione dell’uso delle intercettazioni è da sempre Antonio Di Pietro: ”Una nuova legge sulle intercettazioni non è opportuna, perché esiste già una norma iperselettiva che ne regola l’uso. L’Italia dei Valori – ha aggiunto l’ex pm – è a favore della libertà d’informazione e del diritto dovere di chi svolge le indagini e che, con tutti i mezzi, deve combattere la criminalità”. “All’interno della legge attuale già ci sono gli strumenti per verificare e valutare quando un’intercettazione può essere fatta, depositata, utilizzata o pubblicata. A me sembra – conclude Di Pietro – che si voglia fare una legge per cercare di fermare le indagini e per bloccare l’informazione. E’ un modo per favorire la criminalità e per nascondere la verità agli italiani”.