Le rivoluzioni violente servono a rovesciare dittature violente e quel che sta succedendo oggi nel Nord Africa e in Medio Oriente dimostra quanto il livello di sopportazione e il desiderio di democrazia possano muovere interi popoli.

L’Italia, fortunatamente, non ha oggi una dittatura, ma le stragi impunite, le ombre del G8 come gli omicidi (quello di Aldrovandi, ad esempio) non garantiscono che nel nostro Paese i diritti fondamentali dell’uomo siano sempre rispettati. Se aggiungiamo altre anomalie non presenti in nessuna democrazia occidentale come il conflitto di interessi (meglio definibile come concentrazione di poteri nelle mani di un solo soggetto) ed una classifica che ci vede accanto al Burkina Faso come libertà di informazione, potremmo agevolmente annoverare  l’Italia come l’unica delle democrazie a somigliare sempre più ad una dittatura in fieri, con quel larvato tentativo di smontare pezzo per pezzo gli ordinamenti di uno stato democratico.

“Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto” rispondeva Monicelli a Rai per una notte parlando della necessità di una rivoluzione che non avrebbe mai visto.

Ma quella di domenica e lunedì, insieme a quella di due settimane fa, è stata una rivoluzione, una rivoluzione non-violenta e che magari non sarebbe neppure dispiaciuta al Maestro.

Non avrei mai pensato di poter definire delle elezioni al pari di una rivoluzione. La definizione è impropria, lo ammetto; perché i dati delle amministrative e del referendum potrebbero anche essere un semplice cambiamento dei posti di comando o, peggio ancora, una parentesi in un continuum della politica come la conosciamo.

Ma credo che non permettere l’indifferenza verso questi risultati o l’appropriazione degli stessi da parte di qualche fazione spetti ad ogni persona che ha tracciato una croce sul Sì o che ha contribuito all’esito delle amministrative.

E credo, onestamente, che questo sia un lavoro faticoso ma non impossibile. Le prove di quel che affermo si ritrovano nelle campagne elettorali, con il potere dirompente della satira sul web (da È tutta colpa di Pisapia alle domande sul quartiere di Sucate) e quello della responsabilità personale nell’informazione sul referendum: volantinaggi spontanei, passaparola via e-mail e sms.

Ora l’intraprendenza e la genuinità del periodo pre-elettorale è da prolungare. Sarà faticoso, è vero, ma non possiamo permettere che coloro per cui abbiamo festeggiato due settimane fa somiglino a quelli che abbiamo cacciato da quei palazzi, così come non possiamo permettere che, qualunque cosa succeda al governo centrale, debba sempre essere accettato.

Insomma, dobbiamo decidere se le elezioni amministrative e il referendum siano l’inizio di una nuova fase costituente: se è il tempo di enunciare principi irrinunciabili per le democrazie civili o concedere ancora altre possibilità a Berlusconi di farci perdere altro tempo coi suoi problemi.

La libertà è adesso. Prendiamocela.