Prima di iniziare, ho un’urgenza: provo profonda vergogna per chi ha deciso di classificare come “demagogico” il voto referendario. Spesso queste persone sono state elette in Parlamento in liste bloccate e oggi governano agitando il vessillo del popolo sovrano (che non li ha eletti direttamente) per giustificare ogni stortura. Non si sono misurati con il consenso e nel giudicare 26 milioni di voti in modo così superficiale, hanno deciso di perdere un po’ più di tutti gli altri.

Il voto di questo referendum è politico e lo è stato per una precisa scelta di chi Governa il nostro Paese.

I comitati referendari e i leader di centro-sinistra sono stati bravi a non polarizzare lo scontro, a capitalizzare l’onda post-amministrative e a non parlare dell’avversario politico. A cadere nella trappola, per una volta, ci hanno pensato Berlusconi e Bossi. La mossa suicida (a sondaggi ben orientati il primo, a urne aperte e con dato già consolidato il secondo) di non recarsi alle urne e di farcelo sapere è un disastro di politica e di comunicazione i cui effetti saranno misurabili compiutamente nei prossimi mesi. Con una sola mossa i due principali sconfitti di questa tornata referendaria sono riusciti a:

generare un voto di protesta: tutti quelli indecisi sull’opportunità di andare alle urne hanno trovato nuove motivazioni per rispondere a chi governa il Paese;

dimostrare tutta la loro paura: il cuore politico del nostro Governo non ha avuto neanche il coraggio di misurare il proprio consenso (due leader populisti che hanno paura del popolo, non si era mai visto) e di giocarsela a viso aperto per difendere il proprio programma. La maggioranza di centrodestra ha lasciato libertà di coscienza, subendo poi fuochi incrociati, distinguo e generando dunque confusione nel proprio elettorato di riferimento, su tre pilastri del programma: politiche energetiche, beni comuni e giustizia. Come se quel programma non fosse stato scritto da loro. Pdl e Lega non hanno giocato la partita del no e della difesa delle loro idee, consapevoli che ne sarebbero usciti sconfitti (a dimostrazione di essere coscienti di essere già portatori di una bocciatura alla loro azione di Governo da parte degli italiani), poi hanno cercato la via dell’astensionismo quando era troppo tardi, autoposizionandosi nell’arco degli sconfitti;

regalare il merito del raggiungimento del quorum ai comitati, ai movimenti e ai partiti di opposizione: la libertà di coscienza di Pdl e Lega ha permesso a tutti quelli che si sono spesi per il sì di attribuirsi il merito del raggiungimento del quorum. Andando a votare in massa (anche a costo di perdere), il centro-destra avrebbe permesso perlomeno di non regalare quest’altro punto, e invece alla storia sarà consegnato un dato inequivocabile: 26 milioni di italiani sono andati a votare e, anche se è assai probabile che un voto così massiccio non possa essere chiuso dentro interpretazioni politiciste, legate a un’appartenenza ideale e culturale precisa, è altrettanto vero che i partiti di Governo non hanno partecipato e dunque non possono attestarsi proprio nulla;

– dimostrare di aver perso il polso del proprio elettorato. Il sondaggio Emg/La7 reso pubblico subito dopo la chiusura dei seggi dice che il 44% dell’elettorato del Pdl e il 39% della Lega è andata a votare. Quasi metà dell’elettorato di Berlusconi e più di un terzo dell’elettorato di Bossi (circa 6 milioni di persone, in valore assoluto) ha sfiduciato il loro leader. Questo è il vero dato politico di questa tornata referendaria, più del quorum raggiunto e più delle schiaccianti affermazioni del Sì nei quattro quesiti.

La lista degli sconfitti non finisce qui: bisogna aggiungere infatti i personaggi politici che nell’entusiasmo generale hanno provato a ricostruirsi una verginità politica. Luca Zaia (4 Sì) è lo stesso Ministro dell’Agricoltura che nel 2008 ha giurato su nucleare, ingresso dei privati nelle utilities dell’acqua e riforma della giustizia. A Zaia si aggiungono Maroni, Alemanno, Moratti, il neo-acquisto Scilipoti più una serie, certamente vasta, di votanti silenziosi tra le file del centro-destra. Pier Ferdinando Casini e il Terzo Polo tutto, schierato in un altro mix incomprensibile di indicazioni per il voto contrario (l’Udc è andato contro il Vaticano sull’acqua, pecunia non olet) e libertà di coscienza, hanno generato un 5% di voti per il no, tra l’altro da dividere con l’elettorato di centro-destra. Il Terzo Polo, dunque, ha dimostrato la sua incapacità di orientare l’elettorato.

E ora i vincitori: primi fra tutti i comitati promotori, quello per l’acqua in particolare, e Antonio Di Pietro. Forse dovremmo ringraziarlo tutti per essersi impegnato a raccogliere le firme e a fare una battaglia che fino a poche settimane fa sembrava impossibile da vincere. Il leader Idv è stato impeccabile dall’inizio alla fine, anche nell’analisi del voto: non chiedere le dimissioni di Berlusconi è un atto di coerenza rispetto a ciò che è stato detto in campagna ed è anche una scelta tatticamente inappuntabile: come detto prima, è il centro-destra che ha un’emorragia di sei milioni di persone che hanno bocciato il programma di governo, il problema è tutto loro e non bisogna far polemica proprio adesso. Vincono due strategie del sì: quella dei leader fuori dai partiti (Grillo) e quella degli opinion leader senza paura (Celentano) e con pari dignità vince la linea dei partiti di centrosinistra che hanno saputo entusiasmare la propria base senza fare competizione interna e senza mettere disperatamente il cappello sul plebiscito referendario.

E adesso tutti a Pontida. A vedere come la Lega intende reagire alla doppia sberla.

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