“Ha vinto Pisapippa, ha vinto il Pd” tuona Beppe Grillo. Ma facci il piacere…

Comprendiamo le ragioni del marketing (leggi Casaleggio business), per cui ci si augura la morte dei concorrenti che occupano il comune spazio di mercato. Persino quando si è trattato della Fiomm di Landini, in lotta contro le velleità della Fiat di azzerare i diritti del lavoro e – al tempo stesso – i tatticismi dei vertici sindacali.

Tuttavia, a prescindere dall’abitudine sul destrorso di irridere qualcuno storpiandogli il nome (argomentazione di estrema finezza e profondità…), a parte il fatto evidente che le vittorie nei ballottaggi sono state ottenute da parte di candidati subiti e non sponsorizzati (almeno in prima battuta) dal Pd, i risultati di lunedì dicono esattamente il contrario. In primo luogo che i neo sindaci di Milano, Napoli e Cagliari appartengono a una tipologia umana totalmente “altra” rispetto alle pallide nomenklature che avevano reso l’opposizione un ricettacolo di sconfittismi. Dimostrando che quando si candidano “persone vere” e non simulacri c’è persino il rischio di vincerle, le elezioni.

Ma la fase che si apre porta con sé anche alcuni altri messaggi, molto rilevanti: la fine del professionismo dell’antiberlusconismo. Insieme al declino della politica dei personaggi, come scimmiottatura del format comunicativo berlusconiano: la poltrona vuota di Giuliano Pisapia, nel secondo dibattito con Letizia Moratti, ha sancito l’ormai raggiunto livello di insopportabilità del protagonismo presenzialista.

Con molta franchezza: in questi anni il sacrosanto rifiuto di quanto Silvio Berlusconi rappresenta è stato intercettato e impersonato da un buon numero di “lenze”, giovani e vecchie; da furbetti della politica come dell’antipolitica. L’opposizione manieristica, di stampo tribunizio e apocalittico, è così diventata un mestiere con molti vantaggi per chi lo praticava quanto inerte in relazione agli effetti politici prodotti. Sostanzialmente una funzione identitaria, che si esauriva nell’autocompiacimento della propria incrollabile durezza/purezza.

Per cui è altrettanto comprensibile come ora questi “professionisti” sprofondino nello smarrimento, agitandosi disperatamente per spiegare che non è successo niente; che tutto è come prima, come quando potevano gratificarsi del proprio ruolo profetico.

Pisapia, De Magistris e Zedda non sono delle star. Sono l’espressione di una critica all’interno della politica ma fuori dalla degenerazione partitocratica. Per questo diventano una chance preziosa per rifondare democrazia partendo dal basso.

Dalle città.

Ovviamente non sono neppure dei titani, per cui andranno seguiti senza concedere loro cambiali in bianco (specie dopo la grande speranza creata dai cosiddetti “sindaci dei cittadini” all’inizio degli anni Novanta, poi virata rapidamente in delusione). Però aprono spazi importanti, attraverso i quali può avvenire il tanto auspicato e mai avvenuto rinnovamento del personale dirigente di questo Paese; dove – fino ad oggi – circolavano sempre le stesse facce riciclate.

Intanto la breccia che si è creata ha consentito che facesse di nuovo capolino quella risorsa preziosa che un Beppe Grillo tendente al plumbeo e al malmostoso andante, in sempre più problematico equilibrio tra il mestiere di comico e quello di guru, ha smarrito per strada: l’ironia, come antidoto alla menzogna per impaurire gli elettori.

Quell’ironia demistificante e liberatoria, dilagata nei social forum, con cui sono state disinnescate le bombe mediatiche della Destra. Una sorta di missili anti-missili Patriot, che hanno funzionato egregiamente come scudo protettivo per la libera espressione di volontà dei cittadini.

Ora Berlusconi può essere davvero battuto. Per farlo, occorre continuare ad applicare la ricetta milanese, napoletana e cagliaritana. E che gli apocalittici se ne facciano una ragione. Magari ritornando alle occupazioni del passato, oppure inventandosene delle nuove.