Se fosse un quadro sarebbe sicuramente un surrealista alla Magritte, del tipo “Questa pipa non è una pipa”. Più banalmente è un sipario che si sta sfilacciando, lasciando gli attori in mutande di fronte al pubblico. Da che il centrosinistra ha umiliato la maggioranza di governo alle amministrative, portando il comunista Giuliano Pisapia al ballottaggio con sette punti di vantaggio su Letizia Moratti, l’esercito del centrodestra va in ordine sparso. Le truppe si disperdono mentre Berlusconi si affanna nel compito sempre più arduo di ricomporre il quadro. La crisi parte da lui e a lui torna sempre in mano, per dire che tutto va bene, che gli opposti apparentemente inconciliabili sono in realtà perfettamente compatibili.

Basta mettere in ordine i fatti per restituire il caos. La questione dei ministeri delocalizzati (Leggi l’articolo) che Silvio Berlusconi si era giocato con l’alleato leghista – da un lato per prendere tempo, dall’altro per invogliare i delusi leghisti a votare Moratti – si sta rivelando sempre di più un boomerang. Ancora oggi Umberto Bossi è tornato a dire che se Berlusconi ha dato la parola, i ministeri dovranno esserci e che se Silvio non è d’accordo “se ne convincerà” (Leggi l’articolo). Ma a Roma (come in certi palazzi della stessa Milano), di portare i dicasteri al Nord non ne vogliono sentire parlare. E così avanti ad affermazioni e smentite: Alemanno, Polverini, Formigoni, tutti per il no. Il sì rappresentato da ministri come Mariastella Gelmini, che danno sempre l’idea di avere appena finito di mandare a memoria la poesia da recitare. Con la sintesi del Cavaliere – “arriveranno probabilmente dei dipartimenti” – che non ha risolto nulla. Anzi, se possibile ha fatto arrabbiare tutti.

Così Berlusconi continua a giocarsi la sua figura televisiva come un ossesso, salvo poi dire che non gli “permettono di parlare in tv” (Leggi l’articolo) quando l’Agcom stacca multe per complessivi 800mila euro a Rai e Mediaset (Leggi l’articolo). Cinque “interviste” ai tg nazionali, due radio, una tv locale, tre videomessaggi in tre giorni. Sempre con quella scenografia giallina da studio ovale dietro, le parole lente, il sorriso fisso. Roba da licenziare chi ha deciso il setting. Roba da far scappare i telespettatori, che infatti hanno cambiato canale in migliaia. E invece i messaggi vanno avanti, attore un premier che ostenta una moderazione ad ogni parola, contraddetto da un contenuto demagogico e ossessivamente populista.

Lo stesso contenuto che con ancor meno stile continuano ad offrire le truppe del cavaliere. Se la pasionaria Daniela Santanché è scomparsa ormai da giorni, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti sembra persino avere dei dubbi, tanto da arrivare a dire in una intervista a Vanity Fair (ma sarà un esorcismo) che la Moratti non ha alcuna possibilità di vincere il ballottaggio (Leggi l’articolo). Berlusconi continua ad agitare lo spettro della Zingaropoli, della città islamizzata, la Lega fa lo stesso. I volontari di Cl, davanti alle chiese, provano a convincere i fedeli che Pisapia porterà in città le stanze del buco, grandi moschee e laddove dovevano sorgere i grattacieli dell’Expo arriveranno ignominiosi bordelli, cliniche per l’aborto e mandrie di omosessuali. Strano messaggio per una coalizione di governo il cui leader è sotto processo per prostituzione minorile.

Ma il messaggio da inviare per agitare la paura resta questo. La sinistra è bacchettona quando chiede che il premier risponda di presunti rapporti sessuali con una diciassettenne, è libertina e sconcia se mette Pisapia candidato sindaco. E’ e continua ad essere pericolosamente giustizialista se a parlare è Roberto Lassini. L’autore dell’equazione magistrati=Br continua a sostenere che l’errore sia stato l’abbandono della sua linea (Leggi l’intervista). Nonostante il flop alle amministrative, dove ha raccolto poche centinaia di preferenze.

Letizia Moratti, per parte sua, prova a riacquistare un po’ di quel senso di “borghese illuminata” – la definizione è sua – smarrito con la sparata su Pisapia ladro d’auto che naviga nel brodo di coltura brigatista. In questo verso va la stretta di mano con lo sfidante, sempre in questa direzione le parole e i toni tornati suadenti. Tutto attorno, però, i suoi uomini continuano ad insistere sull’istruzione precedente. Da De Corato a La Russa, tutti fanno la fila in ospedale per andare a trovare la signora Rizzi, “malmenata e presa a calci”, dicono, da un sostenitore di Pisapia.

Con messaggi uguali e contrari in continuazione, non stupisce che persino la Chiesa sia arrivata a dire, per voce del cardinale Bagnasco, che la politica è diventata solo una serie di insulti (Leggi l’articolo). Nemmeno che la Cei si sia spinta, per quanto moderatamente, a sdoganare, non certo sostenere, una possibile giunta Pisapia. Se persino la Conferenza dei vescovi si azzarda ad approvare una moschea in territorio meneghino (Leggi l’articolo), se il “rischio islamizzazione” decade, infatti, decade la metà e oltre degli argomenti anti-Pisapia. Nel dubbio che lo spauracchio possa funzionare, in ogni caso, il Giornale prova comunque ad agitare le acque e annuncia per domani una grande manifestazione musulmana a favore di Pisapia. Una manifestazione organizzata dal vendoliano Davide Piccardo, figlio del più noto Hamza Roberto Piccardo, ex capo dell’unione delle comunità islamiche italiane, è materiale ghiotto per riportare le lancette all’invasione dei Mori.

Eppure, in questo quadro decisamente assurdo, anche l’esito alla fine potrebbe essere surreale. Se tutte le parole significano sempre una cosa e il suo contrario, se l’avversario, un “comunista”, può essere lussurioso, lascivo, moralista, statalista, omofilo e islamofilo allo stesso tempo, non c’è niente di cui stupirsi se poi Berlusconi la spunterà ancora una volta.