“Qui a Bologna negli anni Sessanta sono nati i primi asili nido comunali d’Italia. Fino ad allora non c’era nulla, le donne si trovavano di fronte al dubbio: madri o lavoratrici. Noi ne abbiamo realizzati 52, i migliori d’Europa. Prima gli asili, poi le colonie estive. Quindi la refezione scolastica: ogni giorno davamo da mangiare a sedicimila bambini. C’erano i poveri, ma anche tanta gente comune. E anche i figli di persone benestanti. Questa era Bologna. In Comune c’erano tanti funzionari in gamba, insieme abbiamo lavorato anche per dare sostegno alle famiglie in difficoltà ed evitare che i minori fossero chiusi negli istituti. E ancora: ci siamo battuti perché i ragazzi portatori di handicap non fossero relegati nelle scuole speciali. Pensate… a quei tempi era previsto che ci fosse una commissione che doveva selezionare i ragazzi handicappati. Invece no, disse per primo il Comune di Bologna, chi ha un handicap deve andare a scuola insieme con gli altri. È un arricchimento per tutti”. Adriana Lodi ha superato i settanta, è una donna gentile dall’aspetto distinto. Quando parla di quegli anni mostra un’energia da ventenne (il suo racconto è contenuto anche nel documentario “La febbre del fare”, realizzato dalla Cineteca del Comune di Bologna). Ma che cosa c’entrano le parole di questa donna, assessore a Bologna cinquant’anni fa, con i risultati delle elezioni di lunedì? C’entrano, eccome. Gli asili bolognesi sono diventati il simbolo dell’amministrazione rossa all’avanguardia. Ci dicono perché, nonostante tutto, il centrosinistra bolognese abbia retto, conquistando una vittoria addirittura al primo turno (50,5% dei voti).

Già, alle urne hanno contato il senso di appartenenza, l’estraneità dei bolognesi al modello politico (e di vita) del berlusconismo, ma soprattutto loro, sì, gli asili. Qui si gioca la vera sfida di Virgilio Merola, il neo-sindaco: perché senza quel modello anche la fiducia cieca nel partito evaporerà rapidamente. Come ha detto Romano Prodi, “questa vittoria deve portare saggezza”. Insomma, se porterà appagamento o addirittura arroganza sarà peggio che aver perso.

È vero, Bologna è ancora un’isola nell’Italia di oggi. Il cronista che arriva da Napoli sommersa dai rifiuti stenta a capire il disagio che tanti bolognesi manifestano. La città in questi giorni di primavera sembra il paradiso: i viali, i portici curati con i palazzi pastello, di una bellezza più discreta, dolce di quella di Firenze. La campagna che si infila nel quartiere della Bolognina (un altro luogo simbolo della storia della città e del partito) e ricorda che l’anima della città è legata alla terra. E poi i servizi pubblici che, nonostante tutto, funzionano. Fino alle Due torri dove vedi negozi con vetrine che sembrano gallerie d’arte, girotondi di auto da trentamila euro in su. Insomma, il benessere (nonostante la crisi si senta anche qui). Ma qui non si sente il vento sottile dell’intolleranza che ti entra addosso a Nord del Po. È estraneo – finora – al dna dei bolognesi. Eccolo, quello che era il comunismo senza odio sociale, dove per il partito votavano anche i commercianti.

Ancora oggi il 33% dei bambini emiliani hanno un posto garantito negli asili. Allo stesso livello c’è soltanto la Toscana. Le regioni modello del Nord, racconta Lodi, sono a distanze abissali: 16 per cento in Lombardia, appena il 15 nel Veneto della Lega.

Eppure, te lo senti ripetere da tutti, il modello bolognese è malato. Certo, pesano le polemiche e gli scandali: prima l’inchiesta che ha coinvolto il neosindaco Flavio Delbono (che ha patteggiato una condanna a un anno e sette mesi), poi lo schiaffo di essere governati per più di anno da un commissario (pur stimato), cioè da Roma. Infine la lotta per la candidatura nel centrosinistra: ci prova Maurizio Cevenini, incoronato dal popolo, con il suo consenso conquistato anche nella curva dello stadio e sposando 4.500 coppie (trecento all’anno). Ma Cevenini cede: prima arrivano i dubbi della Bologna che conta, come le potentissime cooperative. Quindi la malattia lo costringe al ritiro (ma alle elezioni di lunedì ha preso 13.247 preferenze, roba da far impallidire Silvio Berlusconi nella sua Milano). Infine la candidatura di Virgilio Merola, un passato (breve) da casellante delle autostrade, poi da sindacalista, quindi da uomo di partito (è stato assessore con Sergio Cofferati, occupava la poltrona chiave dell’Urbanistica).

Ma gli scandali sono soltanto i sintomi, l’effetto. La malattia è un’altra. Anche se è un male sottile, difficile da diagnosticare. Ci prova Milena Gabanelli, la nota giornalista che è anche cittadina bolognese: “Bologna è una città diventata famosa per la buona amministrazione. Da qualche anno però non è più in testa alle classifiche per la qualità della vita e tantomeno per la buona amministrazione. Si dirà, una volta eravamo tutti giovani e belli, ma perché con il tempo si deve per forza peggiorare? E non parliamo nemmeno di grandi scandali o grandi corruzioni, solo piccole derive da piccolo cabotaggio, nelle quali buona parte della provincia italiana si riconoscerà”.

Enrico Brizzi, lo scrittore, segna uno spartiacque: “Il 1999. Prima di allora abbiamo avuto grandi sindaci, da Dozza a Zangheri, fino allo stesso Vitali”. E poi? Il partito, dicono in tanti, si è staccato dalla città, ha pensato di poter fare da sé.

Ecco il nodo del discorso: “La politica – sostiene Gabanelli – negli ultimi anni è fatta soprattutto dal partito. Intorno al partito proliferano consorterie che vogliono governare per portare avanti interessi che non sempre sono quelli di Bologna. Il partito non ti appoggia se ostacoli i suoi piani, i suoi affari personali”. E i nomi noti non si fanno avanti: “Alcuni personaggi di grande qualità erano emersi, ma se poi il partito non ti appoggia, rischi di schiantarti”.

Già, le primarie che dovrebbero garantire democrazia e trasparenza, in una città come Bologna rischiano invece di far prevalere il candidato dell’apparato. Ecco il dubbio che pesa sulla testa di Merola.

E qui più che un politologo bisogna sentire i timori di un cittadino qualunque, come Teresa Salviati, professoressa appena uscita da un seggio elettorale vicino a Porta Maggiore: “Io ho votato centrosinistra. Però questa classe dirigente è diventata pervasiva. Guardate l’economia, con le cooperative che gestiscono servizi e costruzioni, guardate gli uomini di partito che occupano tutte le poltrone che contano. Guardate perfino la cultura. Chi non è targato rischia di essere tagliato fuori”.

Ecco, il partito che si intreccia con il potere. Lo vedi scorrendo i nomi che ricorrono negli enti, nelle società municipalizzate. Così Massimo Bugani, il candidato sindaco della Lista Cinque Stelle (che ha raccolto il 9,50% dei voti), ha buon gioco quando ricorda la nomina dell’avvocato di Delbono nel cda della società Hera (il gigante che si occupa di acqua, energia e rifiuti). E ancora – come ha raccontato Alberto Nerazzini in una puntata di Report che ha fatto tremare mezza città – l’assemblea dei soci della Carisbo, la cassaforte della città, in cui siedono tutti quelli che contano, compreso Stefano Aldrovandi, candidato sindaco sostenuto da Fini e Casini. Alla guida Fabio Roversi Monaco, ex rettore ed ex massone. Un uomo che conta quasi quanto il sindaco.

Un potere senza quasi opposizione. Racconta Brizzi: “Il civismo bolognista rossoblu di Guazzaloca ha fallito. Si erano proposti come alternativa al consociativismo rosso, ma non hanno espresso una classe dirigente”. E la parentesi si è conclusa con il Guazza indagato per il Civis – altro capitolo inglorioso per il modello amministrativo bolognese, di qualsiasi colore – un filobus costato oltre 250 milioni, con 50 vetture che giacciono in una rimessa e i magistrati che indagano.

No, il Carroccio non aveva possibilità di vincere. Nemmeno un leghista “light” come Manes Bernardini. Ancora Brizzi: “Bologna non è mai stata una capitale, come Parma, come tante città del Nord”. Non ha rivendicazioni da fare contro il potere centrale. E non serve sventolare parole come “immigrazione” per scaldare gli animi. Bernardini ha fatto un passo falso quando ha compiuto il suo unico attacco in stile Bossi: “Chi non è un bolognese doc non può sentire certe cose”. Doc? Ma neanche Zangheri lo era.

Merola oggi ha ragione a festeggiare. È riuscito comunque a vincere senza nemmeno il ballottaggio. Lui che era stato etichettato come uomo di apparato, che una volta era una garanzia e oggi pare una condanna. Merola che è stato morso alla gola per le sue gaffe: prima disse che il Bologna era in serie B (un peccato mortale in una città che ha il cuore dipinto di rosso e blu), poi ha mancato l’appuntamento con le celebrazioni della Liberazione. Ma poi ai dibattiti con i concorrenti è sempre parso diligente e preparato.

Ma l’elezione è soltanto la prima metà della vittoria. La seconda deve guadagnarsela adesso. E allora ecco che torniamo agli asili. Che hanno aiutato Merola e il centrosinistra a vincere. Ma qui non parliamo soltanto degli edifici, dei servizi che resistono (nonostante i tagli). Il punto è lo spirito che portò a costruirli: “Oggi è cambiato – racconta Adriana Lodi – Anche allora venivamo quasi tutti dal partito, ma c’era anche tanta gente comune, tanti liberi professionisti straordinari. E si collaborava con l’opposizione per raggiungere i risultati, perché la città era unita. Oggi il problema è il rapporto con la gente, la necessità di ascoltare. Noi andavamo ai dibattiti, affrontavamo le critiche. Adesso è diverso”.