Ci eravamo lasciati con una domanda: com’è possibile che, al termine di un Congresso (il primo del dopo-Fidel) tutto incentrato su due obiettivi – “actualización” e “relevo” – Cuba abbia espresso un gruppo dirigente che, in termini di senilità, oscura il ricordo dell’antica ed irrisa gerontocrazia sovietica? Molti lettori hanno scritto la loro. E questa è la mia opinione.

L’arcano si spiega analizzando, oltre la retorica congressuale, il vero significato delle parole che definiscono gli obiettivi di cui sopra. “Actualización”, non è infatti, nel lessico castrista, che un’alternativa al troppo sovversivo termine di “reforma”. O meglio: è il vocabolo che più appropriatamente definisce la necessità di cambiamento in un regime che la necessità di cambiare (o di riformare) se stesso non può ammettere senza distruggere, per l’appunto, il mito nel quale si è formato (e fermato). “Bisogna cambiare tutto quello che c’è da cambiare” ha detto Raúl Castro. Ma – ha subito aggiunto – nessuno di questi cambi può mettere in discussione la “natura socialista” del regime. Ed è per questo che 45 proposte uscite dal dibattito pre-congressuale (le uniche, presumibilmente, che meritassero la qualifica di “riforme”) sono state cassate senza discussione dietro le porte chiuse del Congresso. Come la Sicilia di Tommasi di Lampedusa, insomma, la Cuba dei fratelli Castro cambia per non cambiare. Cambia per salvare il “suo” socialismo. Un socialismo che, ben oltre l’imitazione del sistema sovietico, è sempre essenzialmente stato una tecnica di sopravvivenza.

Quanto al “relevo”, non si tratta  – come Raúl ha con certo candore ammesso nel suo breve discorso di “clausura” – che dell’indicazione di qualcosa che dovrebbe esserci, ma che non c’è. Un’idea per il futuro, una prospettiva che ha, come presupposto, paradossalmente, il suo esatto contrario. Vale e dire: la permanenza nel potere del “gruppo storico”. Perché, ha in sostanza affermato Raúl, solo il gruppo storico – quello che incarna i più profondi valori della rivoluzione e che, come Raúl ha ammesso, è comunque ormai giunto quasi al termine del suo ciclo vitale – può oggi preparare quel cambio della guardia che non ha preparato nel mezzo (e passa) secolo della sua permanenza del potere. Ancor meglio: solo il gruppo storico può preparare – evitando il precipitare negli inferi del capitalismo – quel cambio della guardia che ha volutamente frustrato, sistematicamente decapitando tutti i possibili “delfini” ed ogni possibile “relevo”. Come, in effetti, testimoniano le molte lapidi che marcano il cammino della rivoluzione.

Lapidi vere, come nel caso del generale Armando Ochoa, fucilato nel 1989 nel quadro d’una grande epurazione (mascherata da processo per traffico di droga) delle forze armate dai malefici influssi della perestroika sovietica. E lapidi metaforiche, visto che la rivoluzione cubana ha per lo più divorato i propri figli, non mandandoli di fronte al “paredón”, ma più discretamente condannandoli ad un prematuro “plan pjiama”, piano pigiama, come da quelle parti si chiama il più o meno anticipato pensionamento dei leader politici. Carlos Aldana, arrembante numero tre del regime tra la fine degli anni ottanta ed i primi anni novanta, dirige oggi una piccola impresa statale all’Avana. Roberto Robaina, a suo tempo giovane e brillante ministro degli Esteri, dipinge paesaggi nella sua casa di Marianao. Carlos Lage (l’elaboratore del piano economico nei giorni duri del “periodo especial”) amministra un piccolo centro medico nella capitale. E Felipe Pérez Roque, un altro dei possibili “delfini” formatisi nel “grupo de apoyo al comandante en jefe” (i fedelissimi di Fidel) è stato riciclato come tecnico meccanico in una piccola fabbrica della periferia habanera. Tutti erano, chi più chi meno, campioni di ortodossia. Eppure tutti – perché colpevoli d’essersi troppo avvicinati al trono, o d’avere troppo avidamente “assaporato il miele del potere”, come di due di loro disse Fidel Castro, appena un paio d’anni orsono – sono oggi soltanto polvere di stelle, frammenti diffusi d’un “ricambio” che non fu…

Dunque, di che parla Raúl? Di che si tratta? Di un’illusione? Dell’ultimo inganno d’un comunismo, quello cubano, condannato a morire senza eredi dalla sua intrinseca natura biologica, dal suo esser parte inestricabile dell’esistenza (esistenza fisica) dei suoi creatori? O di altro? Chiudo ancora una volta riproponendo questa domanda ai lettori….