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di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio | 28 aprile 2011

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Crolla il consenso nucleare europeo

Ignorando per un momento la patetica marcia indietro sul nucleare del governo italiano (per non far raggiungere il quorum al referendum del 12 e 13 giugno e non portare abbastanza italiani a votare contro il “legittimo impedimento”), è interessante vedere come il crollo del consenso per l’energia atomica abbia contagiato quasi tutta l’Europa. Sarà forse una conseguenza del fatto che, in seguito alla catastrofe nucleare giapponese, si è finalmente iniziato a capire che il benessere nelle società industriali non risiede necessariamente nell’aumento dell’offerta di energia (o di merci in generale), ma anche nella riduzione della loro domanda?

Nei tre principali Paesi europei l’energia nucleare è vista sempre meno di buon occhio. In Germania, Gran Bretagna e addirittura in Francia l’opinione pubblica sta prendendo una posizione nettamente contraria al nucleare. Anche in Italia, quarto dei più “grandi” Paesi europei, nonostante la martellante campagna pro-nucleare (durata fino a ieri) e la permanenza in Parlamento di politici arroganti, incompetenti ed anacronistici, l’opinione pubblica si è risvegliata da un torpore che ha fatto del Belpaese lo Stato probabilmente più inamovibile di tutto l’Occidente. Un risveglio che, insieme alla paura di B. e Co. del voto al succitato referendum, ha portato il governo a cambiare idea ed opinioni da un giorno all’altro. Se fino ad un mese fa il nucleare era infatti “sicuro”, oltre che “indispensabile”, oggi non si possono correre troppi rischi, ed il futuro risiede nelle energie rinnovabili. Incredibile.

Ma parliamo un po’ di Paesi che si possono ancora prendere sul serio. Come la Germania, già leader mondiale delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Lì il recente voto nelle elezioni di medio termine ha probabilmente seppellito la speranza di futuro per l’energia nucleare. La disfatta della Cdu della Merkel e la clamorosa vittoria dei Grünen, comporta una svolta storica. Ma ciò che forse conforta maggiormente di queste elezioni tedesche è la quasi-scomparsa politica di personaggi come l’ormai ex primo ministro del ricco ed industrializzato Baden-Württemberg, Mappus, tanto sensibile (e furbo) da richiedere in questo momento storico al governo federale di “uscire dalla uscita dell’atomo”, rilanciando le centrali atomiche invece che sopprimerle.

Anche nel Regno Unito, in seguito alla tragedia giapponese, il futuro nucleare sembra sempre più incerto. Secondo un recente sondaggio, il consenso del pubblico per le nuove centrali è calato del 12% nell’arco di poche settimane. L’emergenza nucleare giapponese ha messo in non poca difficoltà il governo britannico, che da tempo sta cercando di convincere la popolazione ad accettare di buon grado nuove centrali atomiche. Un sondaggio condotto da GFK NOP tra il 18 ed il 20 marzo scorsi (basato su interviste telefoniche fatte a 1003 persone adulte) ha mostrato come l’opposizione dei sudditi di Sua Maestà all’energia nucleare sia aumentata dal 9 al 28%, se paragonata ai dati rilevati dall’agenzia Ipsos Mori negli anni 2008, 2009 e 2010.

In Francia, nazione più nuclearizzata del vecchio continente, l’atomo sarà duro a morire. È difficile aspettarsi che si vada veramente a toccare un settore che, secondo le stime, impiega circa 200 mila lavoratori ed ha un giro d’affari che arriva a 28 miliardi di euro all’anno. Cifre che hanno portato l’Autorità atomica ad escludere la chiusura degli impianti. Ciononostante, dopo decenni di incrollabile fede nell’atomo il consenso dei francesi sul nucleare sta clamorosamente vacillando. In quest’ultimo periodo sono state molte le persone a scendere nelle piazze di città come Parigi e Nantes. C’è anche chi, come i socialisti, ha proposto una strategia trentennale di uscita dall’atomo. E persino il presidente Sarkozy ha affermato, all’indomani della decisione europea di sottoporre gli impianti del Vecchio continente a delle prove di resistenza: “Tutte le centrali che non supereranno gli stress test verranno chiuse”.

In Italia, nonostante i clamorosamente opportunistici tentativi del governo di gestire una situazione sempre più fuori controllo, tre italiani su quattro dicono “no” alle nuove centrali. È stato un campione intervistato da Gn Research ad avere mostrato una forte ostilità alle (improvvisamente ex) mire nucleariste del governo, dicendosi pronto a votare al referendum del prossimo 12 giugno per poterle (ri)bloccare una volta per tutte. Un sondaggio che ha evidenziato come “circa tre italiani su quattro non vogliono la realizzazione di nuovi impianti nucleari, giudicano negativamente le politiche del governo nei confronti delle energie rinnovabili, e si dicono pronti ad andare a votare all’imminente referendum per bloccare i piani dell’esecutivo”. Il 59% degli intervistati si è detto “molto contrario” alla costruzione di nuove centrali; e il 17% “abbastanza contrario”, per un totale che supera il 75%. Ma a preoccupare gli italiani, più che gli eventi “straordinari” come il terremoto giapponese, è l’ordinaria amministrazione. E come stupirsi di ciò, in un Paese in cui non si riescono (o non si vogliono) gestire decentemente nemmeno i rifiuti “comuni”? Il 71% degli intervistati alla domanda “cosa voterebbe nel caso decidesse di andare a votare” risponde “contro il ritorno delle centrali atomiche“.

L’unica cosa che resta da vedere, adesso, è se il 12 giugno questo referendum si farà. Se sì, si spera che gli italiani saranno davvero disposti a non “andare al mare”, almeno per un’ora o due. Perché se per provare a recuperare un minimo di consenso il governo è pronto a frantumare in un attimo le sue più granitiche convinzioni nucleariste, anche con un referendum ormai in bilico le questioni riguardanti la privatizzazione dell’acqua ed il legittimo impedimento rimangono ancora in sospeso. Eccome!

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