Lavoro da un anno e mezzo, come programmatore per una società di consulenza informatica. Nella mia vita ho vissuto un po’ in tutta italia, dal Sud al Centro, fino ad arrivare al Nord dove mi trovo tutt’ora. Sono giovane e precario, ma nonostante ciò, ritengo di essere molto fortunato. Ho una bella stanza in affitto, posso togliermi gli sfizi che desidero, sono totalmente indipendente dalla mia famiglia. Per un ragazzo di 23 anni vuol dire molto in tempi come questi.

Ma sento che mi manca qualcosa e lo capisco parlando con i miei colleghi oramai “arrivati”. Sì, perché nello stivale è importante “arrivare”. Il punto di arrivo può essere la casa, la moglie e i figli, una bella macchina o una moto e tutti sono disposti a tutto pur di “arrivare”. Tra le cose di cui la maggior parte degli italiani è capace, pur di arrivare, c’è l’assurdità di fare un lavoro che non li soddisfa.

Come ho già detto, sono un precario con un contratto a progetto, quindi non posso permettermi di comprarmi una casa, un auto o pensare di metter su famiglia, perciò non toglietemi anche la soddisfazione di fare un lavoro che mi piace. Il mio lavoro attuale non mi dà nessuna soddisfazione, e anche quello prima. Sono stanco di essere trattato come in una catena di montaggio. Si, sono un operaio informatico, non assemblo con viti e bulloni, ma passo ore ad apportare migliorie a software scritto con i piedi. Sto iniziando a pensare che in Italia non sappiamo fare software. La mentalità italiana la si trova anche nell’informatica. Non importa applicare una soluzione stabile e funzionante secondo gli standard. Quante volte mi son sentito dire: “Fai come ti pare, basta che funzioni…”, l’importante è risparmiare. E’ l’Italia degli “accrocchi”, delle soluzioni temporanee, del “tanto qualcuno lo risolverà dopo di te”.

Quindi ho preso una decisione. Lascio la mia stanza, i miei amici, la mia famiglia, la bellissima città dove vivo ora. Lascio le ferie, gli straordinari e i giorni di malattia non pagati. Lascio i permessi non retribuiti, lascio i finanziamenti non concessi, la macchina che non ho e la casa che non potrei mai permettermi. Lascio la mia Società per Azioni a conduzione familiare. Lascio la pizza, l’espresso e le passeggiate al mare. Vado a Londra.

Sento di valere qualcosa e ho bisogno di mettermi alla prova, non voglio passare il resto della mia vita a sperare di ottenere un contratto decente, uno stipendio che rispecchi veramente il mio valore oppure a leccare il didietro di qualcuno per ottenere un aumento.

Forse sarò un sognatore e ammetto che spesso la sera mi addormento lasciandomi cullare dalle aspirazioni e dalle utopie, ma nella mia ricetta per la felicità non c’è spazio per un lavoro che non mi piace. L’uomo ha bisogno di sognare. E nessuno dovrebbe fare un lavoro che non lo soddisfa.

di Emanuele L., consulente informatico