Dopo la nota del capo dello Stato, per una volta di inusitata chiarezza, a proposito del “limite intollerabile” raggiunto sul fronte “delle polemiche sull’amministrazione della giustizia”, tutto il Pdl è stato percorso da un irrefrenabile moto di indignazione nei confronti dei manifesti “ignobili” che recitano a caratteri cubitali “Via le Br dalle Procure”.

Manifesti peraltro non isolati ma perfettamente coordinati a quelli che giganteggiano, anch’essi da giorni, nel centro di Milano con la scritta “Toghe rosse ingiustizia per tutti”, uno slogan elettorale perfetto per un partito il cui padrone nell’ultima settimana si è ripromesso di liberare il Paese dai giudici, di chiedere l’istituzione di una commissione di inchiesta per fare luce “sull’associazione a delinquere per fini eversivi annidata nella magistratura” e di stroncare il perdurante “brigatismo giudiziario”.

Nella nota, indirizzata al vice-presidente del Csm Michele Vietti,  il capo dello Stato nonché presidente dell’organo di autogoverno dei giudici, più che mai sotto schiaffo da parte della maggioranza, esprime finalmente in modo puntuale la sua preoccupazione per un “conflitto politico elettorale” oltre il quale si apre un rischio gravissimo “di degenerazioni per la democrazia e stigmatizza i manifesti milanesi come “un’ignobile provocazione” che ha arrecato “una intollerabile offesa” a tutte le vittime del terrorismo. E insieme alla riprovazione, l’annuncio estremamente significativo che il prossimo 9 maggio sarà dedicato ai magistrati vittime del terrorismo, dieci del brigatismo più tutti i morti per mafia, tra cui due caduti a Milano: Emilio Alessandrini e Guido Galli, colleghi ed amici di quelli che oggi vengono additati al pubblico ludibrio come “agitatori” e “capi della rivolta” contro il governo in carica.

Parole doverose e persino scontate da parte del garante dell’equilibrio democratico, ma per una volta appropriate alla eccezionale gravità della situazione e con dei destinatari decisamente ben identificabili che hanno immediatamente iniziato ad inscenare la commedia rivoltante del plauso per il presidente e della pseudo-condanna del colpevole di comodo, naturalmente reo confesso, ma saldamente candidato a Milano.

Tutti, a cominciare dalla ineffabile sindachessa che non vede più la rielezione come una passeggiata e che fino a ieri si spellava le mani ad applaudire l’imputato di prostituzione minorile e concussione quando si scaglia contro “il brigatismo giudiziario” e i magistrati eversori, hanno chiesto al reprobo dei manifesti “ignobili” di fare un passo indietro.

Anzi, Letizia Moratti ha fatto pressione affinché il candidato consigliere Roberto Lassini, presidente dell’associazione “Dalla parte della democrazia” e sedicente ideatore nonché realizzatore dei manifesti incriminati, si ritiri, addirittura con il coordinatore Mario Mantovani, quello, per capirsi, che organizza, dirige e “anima” insieme alla Santanché i sit in antimagistrati davanti al palazzo di Giustizia. Peccato che Lassini abbia fatto sapere che non ci pensa nemmeno.

Come sempre il più incontenibile e sinceramente coerente si è rivelato l’imputato Berlusconi S. che a caldo e provocando una sorta di giallo nei lanci di agenzia avrebbe di fatto confermato, anche se non ce n’era obiettivamente bisogno, che quei manifesti erano perfettamente in linea con il Pdl e soprattutto con quel che pensa, ma poi è immediatamente intervenuto il provvido Paolo Bonaiuti per smentire qualsiasi collegamento tra le parole del presidente del  Consiglio e l’iniziativa dell’ignoto candidato a consigliere comunale a Milano, ex democristiano, inquisito da Mani pulite e poi scagionato, ora indagato per vilipendio di un potere dello Stato.

Adesso non resta che aspettare il 15 e il 16 maggio per vedere come Milano, che da capitale morale è diventata l’epicentro della reazione eversiva berlusconiana nonché teatro delle manifestazioni finora più baracconesche e becere contro la magistratura, risponderà alle “ignobili provocazioni” e alle altrettanto squallide sceneggiate dei notabili locali e nazionali del Pdl e del sindaco, mentre, tra l’altro, la procura ha appurato la palese falsità di ottocento firme della lista Formigoni.

Intanto si spererebbe che con la lettera di Napolitano -che segue alla dichiarazione autenticamente super partes in merito alla valutazione sulla prescrizione breve solo dopo l’approvazione definitiva del Senato – si possa archiviare definitivamente la stagione della moral suasion, della collaborazione alla stesura dei testi legislativi in corso d’opera, e insomma di tutta quella concertazione che la Costituzione non prevede in alcun articolo.

Può darsi che alla fine, anche sulla giustizia,  la presidenza della Repubblica “si limiti” a fare per intero quello che la Costituzione prevede, niente di più e niente di meno; e cioè promulgare le leggi e, qualora non lo ritenga opportuno, attenersi all’art. 74, comma primo, che recita: “Il presidente della Repubblica prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione.