Ancora niente cannoli per Saverio Romano. Il gip di Palermo Giuliano Castiglia ha deciso oggi in una breve udienza di non archiviare il procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa che vede coinvolto il ministro dell’Agricoltura. Il giudice ha chiesto al pm Antonino Di Matteo di produrre tutti gli atti delle indagini per verificare in maniera più approfondita la posizione del ministro. I fascicoli che finiranno sulla scrivania del gip sono anche quelli del procedimento scaturito dall’operazione ‘Ghiaccio’, in cui Romano veniva definito dal collaboratore di giustizia Francesco Campanella “a disposizione” di alcuni esponenti di Cosa Nostra. Nello stesso procedimento erano coinvolti anche l’ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, e il medico-boss Giuseppe Guttadauro, ex capo del mandamento palermitano di Brancaccio. A proposito di Cuffaro, il pm Di Matteo ha chiesto a sua volta di acquisire la sentenza definitiva di condanna a sette anni per favoreggiamento dell’ex presidente siciliano. Una nuova udienza è stata fissata per il 9 giugno.

L’indagine nei confronti del ministro Romano era già partita nel 1999 e si era chiusa con un’archiviazione nel 2004. L’anno successivo, dopo le dichiarazioni di Campanella, il fascicolo era stato riaperto. E adesso il pm Di Matteo ha chiesto per la seconda volta al giudice di archiviarlo, senza formulare capi d’imputazione. Per l’accusa, nell’indagine è emersa la contiguità di Romano con esponenti di Cosa Nostra, ma si tratta di una posizione senza rilievi penali. Mancherebbe infatti la prova concreta di un aiuto del ministro all’organizzazione mafiosa.

Ma il gip potrebbe non essere d’accordo. Così rileggerà anche le dichiarazioni del pentito Campanella, che parlava di Saverio Romano come un uomo “a disposizione” dei boss Antonino e Nicola Mandalà della cosca palermitana di Villabate. Campanella lo avrebbe appreso nel 2001, a seguito di una cena a Campo de’ Fiori, a Roma, in cui erano presenti – tra gli altri – lo stesso pentito e Saverio Romano, arrivato insieme a Totò Cuffaro per un qualche impegno politico. In quel periodo Campanella era consigliere comunale di Villabate e militava nelle file dell’Udeur, mentre Romano era candidato a destra con Cuffaro nel colleggio di Bagheria. Racconta il collaboratore che durante il pranzo venne fatto notare all’attuale ministro che Campanella non lo avrebbe sostenuto. “Stizzito, l’onorevole Romano si alzò e pronunciò una frase che mi resterà sempre impressa”, racconta il pentito, “’No, Francesco mi vota, perché…’, lo disse in siciliano, ‘perché siamo della stessa famiglia‘”. Nessuna parentela, il racconto successivo di Campanella si fa più interessante: “E poi girato verso di me aggiunse: ‘Scinni a Villabate e t’informi’”. Tradotto: “Quanto torni a Villabate, informati”. Romano avrebbe parlato “proprio con un atteggiamento duro e un riferimento specifico alla famiglia mafiosa”, continua il collaboratore, “Tanto da lasciare tutte le persone che erano presenti a quel pranzo senza fiato, senza parole”. Tornato a Villabate, come suggerito dal ministro, Campanella avrebbe chiesto informazioni a Mandalà, ricevendo la conferma “che Saverio Romano era stato indicato dalla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno”, spiega.

Su Romano è intanto in corso anche un’altra indagine per corruzione aggravata dal favoreggiamento alla mafia. Massimo Ciancimino, in una conversazione intercettata nel 2004 con il professore Gianni Lapis, raccontava che per la vendita di una società aveva dovuto pagare alcune tangenti ad esponenti politici, tra cui Saverio Romano. Proprio le sue vicissitudini legali hanno creato polemiche in Parlamento e perplessità nel Quirinale al momento della sua nomina, il 23 marzo scorso, a ministro dell’Agricoltura [Leggi l’editoriale di Peter Gomez].