Come è noto, il gioco del Monòpoli nacque e si diffuse negli Stati Uniti sull’onda della crisi del 1929. Il suo successo fu immediato: si rischiava, si fregavano gli avversari trafficando in terreni e “lotti”, si costruivano case e alberghi per raggiungere l’obiettivo, far fallire tutti gli altri e restare l’unico monopolista sul campo. Ma era tutto un gioco domestico, elegia del capitalismo fra quattro mura, quando all’esterno i broker falliti si sparavano davvero e quelli che non avevano una pistola a portata di mano o vendevano mele agli angoli di Wall Street o, rimediata una Ford T, se ne andavano via, verso ciò che restava della “frontiera”.

Monòpoli, negli anni, è stato aggiornato decine di volte, sono cambiati i “segnalini”, le scatole, è stata anche ripescata la prima edizione e, recentemente, alle lire sono subentrati gli euro per rendere il gioco più verosimile e “cattivo”. Quello che è rimasto identico, nella versione italiana, è il tabellone con le strade, le piazze e le altre caselle che risentono di una toponomastica parafascista: Corso Impero, Piazza Giulio Cesare, Parco della Vittoria, Viale dei Giardini, Corso Magellano e – più modesti –  il Vicolo Corto e il Vicolo Stretto.

Ma l’ultimissima versione ha segnato una svolta: si chiama Mignottòpoli ed è dominata dalla figura del presidente del Consiglio. Le strade, le piazze e i viali hanno cambiato nome: Vicolo Veronica Lario (da evitare, cadere lì costa 3,5 milioni di euro al mese), Vicolo Noemi Letizia dove si paga una Mini Cooper (abbordabile), passando per Largo Iva Zanicchi, via Daniela Santanché, le piazze Michela Brambilla e Mariastella Gelmini, fino a Parco Ruby Rubacuori e Viale Nicole Minetti (tralasciamo tutte le altre della Corte presidenziale) che sono il massimo dei traguardi. Importante è non sostare dove c’è la falce e il martello e, al posto delle Probabilità e Imprevisti, si pescano la carte dei Processi e delle Figure di M….

Basta cercare Mignottòpoli sul web e un flusso di ricordi nostalgici ti assale. Le regole sono semplificate, ma manca ogni indicazione sui “segnalini”. Forse è una dimenticanza voluta: non si sa mai – parafrasando i cioccolatini di Forrest Gump – quale miniatura bunghesca ti può capitare.