Due anni dopo il terremoto ci sono ancora i militari a presidiare la zona rossa dell’Aquila. Se provi ad andare oltre ti dicono “di qui non si passa”, ma non sono convinti nemmeno loro. Così, girando un paio di vicoli si trovano transenne spostate, persone che camminano senza problemi nel centro storico, Piazza della Repubblica con il “Palazzo del Governo” puntellato (e dietro l’ingresso, inibito al passaggio, si intravede un enorme cumulo di macerie).

Persino i militari sembrano rassegnati a stare lì. Dovevano rimanerci fino al 31 marzo di quest’anno. Fino a quando durerà? “Non si sa”, dicono.

Sono così poco convinti che in realtà, per la zona rossa, si può passeggiare tranquillamente.

Ci sono cartelli di “vietato l’ingresso”, ci sono i puntellamenti. Molti sembrano appena fatti. Dietro un angolo, materiale per la messa in sicurezza lasciato in terra.

Il centro storico, quello oltre Piazza Duomo, dove si fermano le televisioni, è spettrale: una città fantasma, silenziosa, abbandonata. Qualche curioso che si avventura dice: “Quant’era bella, questa piazzetta”. Poi se ne va.

Nella parte ufficialmente non inibita al traffico pedonale, ecco le venti delle 185 attività commerciali del centro che hanno riaperto.

Eppure, nonostante questo quadro desolante, a parlare con gli aquilani che si incontrano – ben pochi per una domenica di sole – non ci si può che stupire: anche loro sembrano rassegnati, come i militari.

“La rabbia ha lasciato il posto alla depressione”, dice Antonietta Centofanti, che pure continua ad animare il comitato dei parenti delle vittime della casa dello studente.
“Il fatto è che siamo stanchi. Vogliamo ricominciare a vivere una vita normale. Vogliamo sapere come e quando ritorneremo nelle nostre case, quelle vere” dice Elisa Cerasoli “Da fuori, ci dicono che dovremmo rimboccarci le maniche, ma ancora oggi se io dovessi entrare in casa mia da sola, rischierei fino a 800 euro di multa. E posso presentare il progetto per ricostruire casa mia solo ora. Due anni dopo”.

Simona Giannangeli, avvocato: “Per rientrare in casa dovrei andare dai Vigili del Fuoco, mettermi in lista d’attesa, indossare un casco, salire tre piane di palanche di ferro e limitarmi a guardare, perché non ho più nulla da portare via”.

E’ evidente: due anni di proteste e di bugie hanno sfibrato molti, anche se voci di dissenso continuano a levarsi all’annuncio che, probabilmente, Silvio Berlusconi verrà all’Aquila.

Se il premier si presentasse e se accettasse il confronto con i terremotati – cosa mai accaduta in almeno due dozzine di visite – dovrebbe rendere conto di molte promesse non mantenute.

Non ultima, quella che riguardava il G8. Sono 917 i palazzi storici e le chiese inagibili, 100 gli edifici storici ancora da mettere in sicurezza. E i puntellamenti invecchiano e sono a rischio stabilità. Luciano Marchetti (Protezione Civile) aveva stimato in 3,5 miliardi di euro la cifra necessaria per recuperare il patrimonio artistico del capolougo abruzzese. Berlusconi disse che ci avrebbero pensato i grandi del mondo, quando decise di trasferire, in pompa magna, il G8 all’Aquila. Peccato che la “lista nozze” del G8 non abbia dato alcun frutto: i soldi promessi dai grandi del mondo per “adottare” i monumenti da ristrutturare latitano. 450 milioni promessi, ne sono arrivati appena 29.

Ma non c’è solo il centro storico. Allontanandosi dalla zona rossa, verso L’Aquila ovest, per esempio, c’è il paesaggio lunare, quasi post-atomico di Via Germania: cumuli di macerie e palazzi deserti.

Poi il quartiere di Pettino, dove i palazzi ricordano uno scenario di guerra. E’ un quartiere completamente abbandonato a se stesso, case distrutte senza alcun intervento di messa in sicurezza, ancora macerie ma nessun militare a presidiare: solo qualche transenna che giace in terra.

Rassegnata al fatto che anche lì si passi tranquillamente è che sia tutto fermo al 6 aprile 2009.