Sabato scorso siamo stati in visita ispettiva al Cara (Centro di accoglienza richiedenti asilo) di Mineo, un’ora di macchina da Catania. Ospita 1595 persone, di nazionalità eritrea, somala, etiope, nigeriana e tunisina. 44 i minori presenti, tra cui anche una bimba di 20 giorni.

Le condizioni di vita sono buone, sia del punto di vista della struttura, che dell’assistenza: la Caritas fa un ottimo lavoro e gli alloggi sono dei veri e propri residence, sino a pochi mesi prima occupati dai militari Nato. Si tratta però di un non-luogo isolato, senza trasporti, né possibilità di comunicazioni telefoniche, dove non arriva neanche il segnale televisivo. I rifugiati possono uscire durante il giorno dal centro, ma non saprebbero dove andare.

La prima constatazione lascia basiti: almeno un terzo dei richiedenti asilo è stato portato qui da altri Cara – Bari, Brindisi, Crotone – dove avevano avviato il processo di integrazione (andando a scuola, facendo formazione) e la procedura di asilo. Strappati quindi dalle loro realtà e con l’incertezza assoluta sui tempi di risposta alle loro richieste di asilo.

È il caso di Muhamed, ragazzo proveniente una zona del Pakistan sconquassata dalle inondazioni. Da cinque mesi era a Crotone e la sua pratica praticamente definita. L’hanno condotto a forza a Mineo e dovrà ricominciare da capo. Come lui molti altri. Qui potete sentire le loro voci e quello che ci hanno detto durante la visita.

L’ennesima follia di Maroni che, deportando a Mineo i rifugiati già inseriti in altri Cara,  ha la responsabilità di aver stravolto quel poco di sistema di protezione esistente. La vera paura negli occhi di tutti loro è quella di non sapere quando avranno una risposta sulla richiesta di asilo, cui in grande maggioranza hanno diritto. Infatti, a Mineo la commissione territoriale competente, che è quella di Siracusa, incaricata di valutare le domande di asilo non si è ancora insediata, né si hanno certezze sui tempi.

Ci sono poi gli ultimi arrivati da Lampedusa, tunisini come Amhed, che ha una gamba ferita per un proiettile sparatogli dalla polizia. Anche lui spera nell’asilo ma a sentire Maroni non avrebbe chance. Da qui nasce la tensione dei giorni scorsi, anche violenta, tra i rifugiati che sanno di aver diritto e quindi non vogliono problemi e chi, invece, arrivando dalla Tunisia e temendo di essere rimpatriato, è scappato o rimane tentato di farlo.

Sono gli effetti di un Governo in salsa leghista che si nutre della propaganda contro la clandestinità (ricordiamo le balle di Maroni) ma che in realtà la produce, inducendo alla fuga gli immigrati trasferendoli in strutture di finta reclusione. Quello che serve, al contrario, è un percorso di legalità contro scappatoie che creano nuova clandestinità, dunque allarme, insicurezza e sfruttamento.

Li si vuole rimpatriare? Si seguano però le procedure legali, come quelle previste dalla direttiva europea rimpatri che vedono la reclusione degli irregolari solo come extrema ratio. Oltre al permesso di soggiorno temporaneo, dunque, servirebbe che la Camera martedì prossimo votasse il recepimento della direttiva rimpatri, ponendo cosi fine all’obbligo di detenzione degli immigrati irregolari, non solo quelli provenienti dal sud del Mediterraneo. Lo capiranno i deputati di opposizione? Saranno attenti i deputati della maggioranza che si richiamano alla dottrina cattolica? È il nostro impegno di queste ore.

Nel frattempo, il ministro Maroni con una circolare ha indebitamente vietato le visite ispettive che l’ordinamento consente ai parlamentari e ai consiglieri regionali. Un fatto gravissimo, volto a nascondere quello che davvero sta succedendo.

Il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) temporaneo di Manduria, ad esempio, andrebbe chiuso immediatamente, e il sindaco, anziché dimettersi, dovrebbe esercitare i suoi poteri in materia sanitaria, così come i procuratori della Repubblica che ogni giorno vedono sulle televisioni violazioni sistematiche dei diritti umani senza aprire fascicoli.

E inizierei a interessarmi anche al fiume di denaro che stanno spendendo, il rischio di una Profughi Spa è molto forte. Non vorrei che anche in questo caso qualcuno abbia riso di fronte alla crisi umanitaria, come capitò all’Aquila.

Basti pensare che la gestione emergenziale svincolata dalle leggi farà di Mineo, con i suoi 15/20 milioni di euro di costi, l’ennesimo affare per holding paramilitari, cooperative clientelari e signori del cemento, scelti dal Commissario straordinario senza bandi pubblici, né un reale piano dei servizi da gestire.