Condivido molte delle argomentazioni di Paolo Flores D’Arcais sulla vicenda libica, ma non credo proprio – e per la verità il direttore di Micromega non pone la questione – che riuscirò votare una qualsiasi mozione insieme con chi ha prima baciato l’anello di Gheddafi e ora ha indossato la  tuta mimetica accodandosi goffamente e tardivamente  alle motivazioni dei francesi e degli inglesi, per non parlare dei dubbi che stanno attraversando la Casa Bianca, la cancelleria tedesca, i governi indiano, cinese, russo.

Certo, si tratta di motivazioni assai diverse tra loro, ma messe insieme ci danno il quadro del caos, dell’assenza di coordinamento, del deficit strategico e delle possibili conseguenze. Non si tratta neppure di ridurre una grande questione internazionale alle dimensioni della bottega italica: proprio per questo non si può condividere una mozione frutto dell’opportunismo, dell’improvvisazione, delle divisioni interne a una maggioranza che, dopo aver steso tappeti rossi davanti al dittatore, assume ora la maschera di capitan Fracassa ed elenca nomi e numeri dei Tornado in partenza. Non mi meraviglierei neppure che, alla fine, la Lega accettasse di votare a favore in cambio di un altro volantino sul federalismo e di qualche norma capestro contro gli immigrati, e magari anche contro i libici che chiederanno asilo politico. Ormai ne abbiamo viste davvero di tutti i colori! Altro che gli improvvisati comizi sui diritti umani e civili…

Ho una grande invidia per chi non ha mai dubbi, per chi saluta con gioia ed entusiasmo gli interventi militari e per chi, al contrario, ritiene che esista sempre un’altra possibilità, ma nel frattempo gli insorti continuano a morire come mosche e non possono aspettare certo i nostri tempi che, per altro non hanno mai coinciso con i loro, neanche quando chiedevano aiuto. Eppure, nonostante queste considerazioni, non voterò le loro risoluzioni, neppure se saranno condivise da una parte o da quasi tutte le opposizioni parlamentari. Non le voterò perché, sin dall’inizio, si è scartata la strada del sostegno pieno alle opposizioni, non si è neppure tentata una azione coordinata e combinata di boicottaggio, si è sbandierata l’unità d’azione sotto le bandiere dell’Onu, ma, dopo pochi istanti, questa unità era già andata in frantumi, non si è neppure fatto finta di dare un sostegno a chi si oppone ai dittatori e ai fondamentalisti in altre aree, non si sono mai applicate le risoluzioni sulla questione palestinese.

Tra chi sostiene l’intervento, così come si è configurato in queste ore, e chi ritiene sempre e comunque sbagliato ogni intervento, ci potrà essere spazio anche per chi nutre dei dubbi sulle modalità di una simile missione?

Per queste ragioni, se  e quando il governo chiederà una ratifica della missione già in atto, non la voterò e ispirerò il mio atteggiamento a questo  breve decalogo che Flavio Lotti ha preparato per la Tavola della Pace e che mi permetto di riportare come un utile contributo alla discussione in corso:

Dieci tesi sull’intervento militare
1.    Una cosa è la Risoluzione dell’Onu, un’altra è la sua applicazione. Una cosa è difendere i diritti umani. Un’altra è scatenare una guerra.
2.    La Carta dell’Onu autorizza missioni militari (art. 42), non qualsiasi missione militare.
3.    L’iniziativa militare contro Gheddafi è stata assunta in fretta da un gruppo di paesi che hanno fatto addirittura a gara per stabilire chi bombardava per primo, che non ha nemmeno una strategia comune, che non ha un chiaro comando unificato ma solo una forma di coordinamento, con una coalizione internazionale che si incrina ai primi colpi e che deve già rispondere alla pesante accusa di essere andata oltre il mandato ricevuto. Si poteva iniziare in modo peggiore?
4.    Da tempo si doveva intervenire in difesa dei diritti umani. Lo abbiamo chiesto ripetutamente mentre l’atteggiamento del governo italiano e della comunità internazionale e, diciamolo, di tanta parte dei responsabili della politica oscillava tra l’inerzia e le complicità con Gheddafi. Se fossimo intervenuti prima, non saremmo giunti a questo punto.
5.    E ancora oggi, mentre si interviene in Libia non si dice e non si fa nulla per fermare la sanguinosa repressione delle manifestazioni in Baharein, nello Yemen e negli altri paesi del Golfo. L’Italia e l’Europa, prima di ogni altro paese e istituzione, devono mobilitare ogni risorsa disponibile a sostegno di chi si batte per la libertà e la democrazia.
6.    Ricordiamo che la risoluzione dell’Onu 1973 indica due obiettivi principali: l’immediato cessate il fuoco e la fine delle violenze contro i civili. Qualunque iniziativa intrapresa in attuazione di questa risoluzione deve essere coerente con questi obiettivi. Ovvero deve spegnere l’incendio e non alimentarlo ulteriormente, deve proteggere i civili e non esporli a una nuova spirale della violenza. Gli stati che si sono assunti la responsabilità di intervenire militarmente non possono permettersi di perseguire obiettivi diversi e devono agire con mezzi e azioni coerenti sotto il “coordinamento politico” dell’Onu previsto dalla Risoluzione 1973.
7.    Ad attuare quelle decisioni ci doveva essere un dispositivo politico, diplomatico, civile e militare sotto il completo controllo dell’Onu. Quel dispositivo non esiste perché le grandi potenze hanno sempre impedito all’Onu di attuare quanto previsto dall’art. 43 della sua Carta e di adempiere al suo mandato. La costruzione di un vero e proprio sistema di sicurezza comune globale non è più rinviabile.
8.    Non è questione di pacifismo. La storia e il realismo politico ci insegnano che la guerra non è mai stata una soluzione. La guerra non è uno strumento utilizzabile per difendere i diritti umani. La guerra non è in grado di risolvere i problemi ma finisce per moltiplicarli e aggravarli.
9.    L’Italia ha un solo grande interesse e una sola grande missione da compiere: fermare l’escalation della violenza, togliere rapidamente la parola alle armi e ridare la parola alla politica, promuovere il negoziato politico a tutti i livelli per trovare una soluzione pacifica e sostenibile. L’Italia deve diventare il crocevia dell’impegno europeo e internazionale per la pace e la sicurezza umana nel Mediterraneo. Per questo l’Italia non doveva e non deve bombardare. Per questo deve cambiare strada. Subito.
10. Ricordiamo nuovamente quello che sta scritto nella Costituzione italiana.  Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Vorremmo solo ricordare che la Tavola della Pace ha fatto sentire la sua voce contro i dittatori corrotti e contro ogni forma di terrorismo, quando altri, troppo, fingevano di non vedere per non compromettere le opportunità finanziarie e commerciali e i conseguenti opportunismi politici e diplomatici. Non vorremmo che, anche in Libia, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, una missione di pace si trasformasse, nel silenzio e senza ratifica di alcun tipo, in una e vera e propria missione di guerra.

In questi giorni siamo scesi in piazza  per difendere  i valori essenziali che ispirano la nostra carta costituzionale, non vi è dubbio che l’articolo 11 rappresenti uno dei pilasti sui quali si regge l’edificio. Comunque la si pensi, sarà il caso di ricordarlo e di farlo anche dentro le aule del Parlamento.