berlusconi giusto processoGiovedì è stata presentata la riforma della Giustizia.

Come osservatori ben più autorevoli di me hanno già evidenziato, tra il dire e il fare ci saranno numerosi passaggi parlamentari e un referendum che, visti i recenti precedenti (quorum mai raggiunto) e il livello di condivisione (molto basso) e di interesse (ancora più basso) dell’opinione pubblica in merito alla questione, questa riforma rischia di non vedere mai la luce. Eppure non si parla d’altro.

Gran parte del merito è naturalmente del nostro presidente del Consiglio. Non dico niente di nuovo e sorprendente se affermo che Berlusconi ha piegato la politica e la discussione pubblica ai suoi interessi personali e che la riforma della giustizia, pur voluta da ampie fasce della popolazione e anche dai giudici, nonostante il premier provi a dimostrare il contrario, non sia la priorità assoluta nel nostro Paese.

Berlusconi però ha bisogno di mettersi al sicuro dai processi che lo riguardano e così utilizza tutte le sue risorse fisiche, mentali, economiche e organizzative per indurre un cambiamento nell’opinione pubblica o perlomeno per attenuare lo scontento. Così utilizza le sue migliori qualità, quelle che i critici di sinistra definiscono “da piazzista” sottovalutando la capacità di persuasione unica in Italia. E vende un prodotto: “il giusto processo”.

C’è un prima e un dopo, come per le diete dimagranti. Prima la giustizia è sbilanciata, poi va tutto bene. Berlusconi usa il simbolo della giustizia, la bilancia, evitando ogni riferimento alle toghe. Lavora per concetti. E non a caso, presenta la riforma da incerottato.

Non voglio cavalcare l’ampia teoria che sostiene che Berlusconi abbia inventato l’assalto nei suoi confronti in Piazza del Duomo, ma voglio parlare di come ha gestito quell’aggressione: ha avuto la lucidità di trasformare un dramma in consenso. Dopo pochi minuti la sua macchina comunicativa era già al lavoro per recuperare il 3% del consenso (tanto fu il salto in avanti in soli 30 giorni, tra dicembre 2009 e gennaio 2010).

Oggi la coincidenza si ripete ancora: Berlusconi va sotto i ferri e due giorni dopo si presenta in sala stampa con un A4 a favore di telecamere mentre legge un canovaccio da rispettare fedelmente. Tutto è drammaticamente studiato. A dirla tutta, non è la prima volta che i personaggi pubblici sono oggetto di ricostruzioni agiografiche più o meno verosimili: i santi e l’iconografia religiosa insegnano. E Berlusconi ha sempre gestito il rapporto con il potere e con il pubblico in modo fideistico.

Il cerotto racconta un dolore: il dolore è l’effetto ultimo ed estremo della mancanza di rispetto da parte del potere legislativo nei confronti di quello esecutivo (la parte sinistra della vignetta). Il dolore rende più credibile la parte destra: Berlusconi, con il cerotto e la vignetta, dice quello che davvero è importante trasmettere agli italiani: “rendiamo giusto il processo e il dolore non ci sarà, non ci saranno cerotti, credete a me che sono ferito e so quanto si può star male a causa di questo scompenso.”

Poco importa se interventi come quello che ha subìto Berlusconi non prevedano tamponi o cerotti esterni (così mi hanno detto amici odontotecnici, dubito che siano tutti comunisti, ma se dicono una fesseria, ditemelo pure): tutto è comunicato, tutto è comunicabile.

Berlusconi, pur in assenza di risultati concreti della sua azione di governo, regge. Non è certamente in salute, ma in altri paesi un premier così deficitario sarebbe stato travolto: invece lui ha vinto nel 2008, non ha perso nel 2009 e ha rivinto nel 2010. Ciò accade anche perché Berlusconi usa il suo corpo per costruire azioni di comunicazione: ha perso il rispetto per l’estetica, a cui lui ha sempre tenuto: si fa vedere ferito, sanguinante, debole, mentre gli altri politici hanno ancora un pudore nei confronti della verità, dell’eccesso di propaganda, della strumentalizzazione del dolore.

Berlusconi tira dritto. Ed è avanti a tutti. Incontrastato e incontrastabile, perché nessun politico potrà mai dire che quella della vignetta e del cerotto è una messa in scena, nessuno potrà dire quello che ho scritto io senza essere accusato di lesa maestà, incitamento alla violenza e dietrologia degna del Patto di Varsavia.

E allora o si fa come lui o si fa l’opposizione con la stessa spregiudicatezza con cui Berlusconi usa se stesso per autoriprodursi.