La repentina evaporazione del blitz per l’egemonia a destra di Gianfranco Fini, promotore di Futuro e Libertà, riporta alla memoria un’espressione cara a un antico sodale di Silvio Berlusconi, Bettino Craxi: intentona, ossia il colpo di mano abortito, tipico dei regimi militari latinoamericani. Roba da operetta. Repubbliche delle banane per repubbliche delle banane, anche sotto il soffio del ponentino romano avvengono analoghe vicende tropicaliste, maldestre tendenti al farsesco, che lasciano adito al sospetto di comuni regie occulte; si notano impronte digitali che rimanderebbero agli eterni pasticcioni, imboscati nel cuore dell’impero americano, che si atteggiano a demiurghi di un mondo che scappa loro da tutte le parti. Roba da fantapolitica?

Allora atteniamoci ai fatti: a ridosso del novembre scorso, i fuoriusciti dal Popolo della Libertà si rincuoravano del loro improvviso atto di coraggio (dopo quindici anni di zerbinaggio tremebondo) alludendo al lungo viaggio estivo negli States dell’ex delfino di Giorgio Almirante e lasciando – così – intendere di un viatico che il presidente della Camera avrebbe ricevuto da parte delle supreme sfere dell’amministrazione Usa, assodata l’ormai intollerabilità delle frequentazioni putiniane e gheddafiane dell’affarista premier italiano; il via libera al disegno di conquistare il controllo della maggioranza governativa come costruzione di una destra “normale”, in linea con gli standard occidentali; elevando l’eterno “attor giovane” Fini allo status lungamente inseguito di leader presentabile (non più postfascista ma – semmai – genericamente conservatore).

Questo l’ombrello protettivo per tante animucce, indotte al grande passo nella convinzione di potersi riposizionare in un progetto di ribaltone dai forti vantaggi per le loro personali carriere di sugheri galleggianti. Intanto, circondato dalla sua corte di adulatori pappagalleschi e consulenti incapaci di oltrepassare la soglia del nazionalpopolare da bar, Berlusconi affondava nella melma del proprio priapismo senile ormai smascherato.

Ma già a fine anno, nell’abituale inerzia fisiologica dell’opposizione, affioravano dal bunker di Arcore segni di reazione per rompere l’assedio (più mediatico e della magistratura, che non politico): in parte – more solito – l’eterna campagna acquisti di parlamentari girovaghi con il cartellino del prezzo bene in vista; ma anche il richiamo a corte di suggeritori da tempo accantonati. Per ridisegnare le relazioni internazionali del cacicco Berlusconi che – al di là dei traffici personali con i boss di Stati seduti su oceani di idrocarburi – si riducono a due soli interlocutori: gli Stati Uniti e il Vaticano.

Ecco – dunque – il ritorno in pista di Giuliano Ferrara, di certo più attrezzato intellettualmente degli azzeccagarbugli e spicciafaccende ascesi a principi del foro o al rango ministeriale. Soprattutto, in possesso di ben altre credenziali presso le teste d’uovo della bassa cucina americana. Non si dimentichi che – a suo tempo – lo stesso Ferrara si vantò d’essere stato arruolato come informatore a pagamento della Cia. Forse un altro segnale potrebbe essere il riavvicinamento di Paolo Guzzanti, il celebre critico della “mignottocrazia di Arcore”, riesumatore di una sua personale Guerra Fredda e alfiere della contestazione anti Putin.

Chiare indicazioni che Berlusconi ha finalmente capito l’amara verità: le barzellette può raccontarle a casa sua, non nel consesso internazionale. E si è dato una doverosa regolata. Anche nei confronti delle gerarchie vaticane, pronte a chiudere entrambi gli occhi sulla natura dell’interlocutore, a patto che questo assicuri lo smobilizzo della scuola pubblica a vantaggio di quella confessionale e altri consistenti regalucci. Come sta puntualmente avvenendo.

È qui che finisce l’illusione finiana di essere qualcosa di più e di meglio del comunicatore pulitino (perché ripulito), quale si è rivelato in decenni trascorsi alla corte di Berlusconi, mentre l’iniziale smottamento della maggioranza ora si rovescia nel contro-smottamento: il ritorno all’ovile del gregge che per qualche settimana si era illuso di potersi trasformare in un manipolo garibaldino.

Si trattava, da parte dei “futuristi” in rotta, di un calcolo sbagliato? Di millantato credito? Probabilmente non lo si saprà mai con certezza. Quanto ancora una volta appare certo è che risulta destituita di ogni fondamento la speranza di evadere dall’incubo berlusconiano grazie a interventi esterni, piovuti dal cielo. Con la correlata morale su cui meditare attentamente: la libertà non viene graziosamente concessa, la si conquista.