Davide Lovat, leghista "rottamato" via sms

Vietato parlare di argomenti come la questione morale. Tanto meno pronunciare la parola rottamazione. Pena l’espulsione. Non appellabile. Chiedere al vicentino Davide Lovat, quarant’anni, militante della Lega da nove anni, una laurea in scienze politiche e un’altra in teologia, considerato il capo della corrente dei rottamatori in salsa padana, quelli che vorrebbero o, meglio, avrebbero voluto, rinnovare la classe dirigente leghista. In quattro e quattr’otto è stato cacciato dal partito e la comunicazione l’ha avuta via Sms. Tanti saluti, arrivederci. Firmato Giampaolo Gobbo, segretario nazionale della Liga Veneta. Controfirmato Alberto Filippi, senatore veneto del Carroccio che, come riferito dal Fattoquotidiano.it a gennaio, proprietario insieme alla sua famiglia di un terreno acquistato come agricolo e oggi diventato edificabile, uno spazio di 80.000 metri quadri sul quale dovrebbe sorgere uno dei centri commerciali (l’ennesimo) più grandi della provincia con annesso un affare milionario per il senatore e la sua famiglia. Un affare sul quale Lovat si era permesso più volte di sottolineare e richiamare i dirigenti del partito alla questione morale. Ma la sua colpa principale è stata soprattutto quella di aver chiesto ai colonnelli, lui che nella Lega era considerato integralista, di tornare ai vecchi valori, di pensare meno alle banche e più alla “nostra gente”, qualle delle valli.

Certo, i problemi li ha sbattuti sul tavolo senza prudenza. A fine anno ha scritto un libro nel quale ha spiegato che, da leghista, non ha mai amato una parte dell’establishment del Carroccio. “Prima c’erano i presunti guerriglieri che spacciavano le valli bergamasche per la Sierra Maestra e ora pensano a scalare banche. Prima, c’erano sedicenti Spartacus pronti a guidare la rivolta degli schiavi contro Roma, e ora sono finiti a banchettare nelle lussuose taverne di Trastevere”. E questa gliela fecero passare, ma giusto perché il ragazzo si è sempre portato dietro una larga parte della base. Poi, dopo l’articolo del Fatto, ha fatto riferimento più volte alle proprietà del senatore Filippi chiedendogli pubblicamente delle spiegazioni. Un limite giudicato invalicabile. Così due giorni fa, al termine di una riunione tra i mammasantissima della Lega in Veneto, il giovane Lovat è stato espulso. “Questo non è in linea con noi”, hanno detto Stefano Stefani e Manuela Dal Lago ai colleghi, “non ci resta che rimandarlo da dove è venuto: a casa sua”.

Lovat non l’ha preso presa per niente bene. Raggiunto al telefono dal Fatto si scusa per non aver risposto tempestivamente, ma “al contrario di altri io sono uno che lavora, non mangio con la politica”. “Io sono un intellettuale, un leghista atipico”, spiega. “Ma una cosa la voglio dire: alcuni leghisti di potere in Veneto prendono vie lobbistiche e, soprattutto, massoniche. E lo stanno mettendo nel sedere a Bossi“, spiega. “Forse lui non si accorge di quello che sta accadendo, ma oggi hanno espulso il leghismo dalla Lega. Per prendere altre strade. Sono stato giudicato senza contraddittorio e in contumacia. La mia colpa? Il libro che ho scritto, direbbe Stefani che ha la quinta elementare. Le mie posizioni su Filippi, spiega Dal Lago. Ma ufficialmente non hanno avuto neppure il coraggio di comunicarmi la decisione. Gobbo? Non a quanto mi risulta non è lui il fautore della mia espulsione. Anzi, si sarebbe espresso contro”.

Comunque a Lovat non è restato altro che rassegnarsi alla decisione. D’altronde di questi tempi Gobbo non poteva occuparsi della vicenda più di tanto, ha già un problema con il sindaco di Verona, Flavio Tosi, il suo sfidante nella corsa per la segreteria, e non può permettersi di trovare lungo la strada anche un rottamatore. Già Tosi è di per sé un concorrente pericoloso, uno che sul popolo di Pontida ha presa anche se festeggia i 150 anni della Repubblica. Uno che sulla questione immigrati riesce a infiammare la sua gente. E’ vero che Gobbo è dato in vantaggio (secondo le previsioni si attesterebbe sul 65 per cento dei consensi) rispetto a Tosi, ma è una Lega che non mostra più il suo aspetto monolitico. Un presunto rottamatore, Diego Vello, 22 anni, si è conquistato la segreteria di Belluno contro il più blasonato Franco Gidoni. Ed è stato un colpo di scena che si può ripetere altrove, con tutta la bile di Gobbo che vorrebbe mantenere la mappa del potere così come è oggi. Anche a costo di provvedimenti drastici.

Ma in casa Lega le espulsioni non sono un grande problema. Dal 1994 a oggi la classe dirigente del partito è stata cambiata più volte. Chi nel tempo non si è adeguato al Bossi-pensiero, l’unico riconosciuto, è stato cacciato dal partito senza troppi complimenti. Personaggi importanti (venne in qualche modo costretto ad andarse pure Gianfranco Miglio, l’uomo che era considerato l’ideologo della Lega) e parlamentari di tutte le circoscrizioni. Una parola di troppo e via a casa. Qualche anno fa ha rischiato serio anche Roberto Maroni, il numero due del Carroccio, finito per quaslche tempo nel congelatore e poi riabbracciato da papà Umberto come il compagno che ha sbagliato, ma non lo farà più. Lungo la strada, invece, si sono persi parlamentari come Luca Basso, Pier Corrado Salino, Luigi Negri, Paolo Bambo, solo per citarne alcuni. Sono usciti personaggi del calibro di Franco Rocchetta (fondatore della Liga Veneta, la madre di tutte le leghe), Marilena Marin e Fabrizio Comencini, entrambi predecessori di Gobbo. E a volte basta poco per essere cacciati. Una parola di troppo.