Hamad ibn Isa Al Khalifa, re del Bahrain dal 2002

E’ un difficile percorso ad ostacoli quello che l’amministrazione di Barack Obama sta seguendo in queste ore. Le rivolte in Medio Oriente mettono in discussione decenni di politica estera americana e aprono scenari al momento non facilmente prevedibili. “Gli Stati Uniti condannano l’uso della violenza da parte dei governi contro pacifici contestatori”, ha detto Obama, mentre proteste, incidenti, morti occupano le strade di Libia, Yemen, Bahrain. A parte la condanna ufficiale, nell’amministrazione cresce però la preoccupazione per gli interessi americani nell’area, e si delineano ormai due linee sull’atteggiamento da tenere nelle prossime settimane.

E’ il Bahrain in questo momento a preoccupare di più la Casa Bianca. La piccola monarchia in mezzo al Golfo Persico (un milione e duecentomila abitanti), retta dalla famiglia Al Khalifa dal 1783, è una pedina essenziale per la politica americana. Qui ha sede la Quinta Flotta navale degli Stati Uniti. Da qui partirebbe un eventuale attacco all’Iran (chiesto, tra l’altro, dagli stessi governanti del Bahrain. I files di Wikileaks, lo scorso novembre, hanno rivelato la richiesta di King Hamad agli Stati Uniti di “fermare, con ogni mezzo, il programma nucleare iraniano”). E’ stato proprio il carattere strategico dell’alleanza con la monarchia Al Khalifa a far chiudere più di un occhio al governo Usa. Quando, l’estate scorsa, due dozzine di attivisti sciiti furono arrestati nella capitale Manama, e un gruppo per i diritti umani venne sciolto dal governo, gli Stati Uniti non reagirono. Anzi. Il segretario di Stato Hillary Clinton, durante una visita a dicembre, lodò il governo del Bahrain per “i suoi progressi su tutti i fronti”, e liquidò l’arresto degli oppositori politici come “un bicchiere mezzo pieno”.

Le proteste di piazza a Manama, l’intervento dell’esercito che ha sparato contro pacifici dimostranti mentre questi dormivano, accampati nella centrale piazza della Perla, cambia le cose. La notte scorsa Barack Obama ha chiamato King Hamad e gli ha di nuovo chiesto di “astenersi dallo sparare sui dimostranti”. Una richiesta che deve aver avuto il suo effetto, visto che l’esercito, nelle ultime ore, si è ritirato da Manama. Ma fonti interne all’amministrazione, citate dal Washington Post, rivelano un Obama combattuto, incerto sul da farsi. Da un lato “la caduta del Bahrain sarebbe un disastro per gli Stati Uniti”, come spiega un funzionario della Casa Bianca, e quindi ragioni di realismo consiglierebbero all’amministrazione di non scaricare la dinastia Al Khalifa. Dall’altro, il presidente sta appoggiando in modo sempre più deciso l’opposizione iraniana. In settimana Obama si è spinto sino a chiedere che l’opposizione scenda per le strade di Teheran: “I giovani iraniani – ha detto – devono riunirsi per esprimere la propria tensione verso la libertà”.

Diventa così difficile sostenere le rivolte nei paesi nemici – Iran, ma anche Libia e Siria – e mantenersi neutrali verso quelle dei paesi amici: Bahrain, Yemen, Giordania. Il doppio binario esporrebbe la Casa Bianca all’accusa di ipocrisia e cinismo. Di qui gli ultimi interventi di Obama a favore del rispetto dei diritti dei manifestanti, ovunque nel mondo arabo e in Medio Oriente, che stanno però sollevando molte perplessità in alcuni settori dell’amministrazione. Non è un mistero che il Dipartimento di Stato, il vice-presidente Joe Biden, il segretario alla Difesa Robert Gates e la vecchia nomenclatura del Partito democratico siano poco inclini ad appoggiare apertamente moti che mettono a rischio equilibri consolidati. Questa linea è avversata dai “giovani leoni” dell’amministrazione, la classe politica di quarantenni usciti da Harvard e Yale ed entrati in politica con Barack Obama: il vice consigliere alla sicurezza nazionale, Denis McDonough, l’attivista per i diritti umani Samantha Power, Benjamin J. Rhodes, l’autore del “discorso del Cairo” del presidente nel giugno 2009. Il loro sostegno convinto alle richieste dei movimenti democratici è risultato sinora vincente: in Tunisia, in Egitto e altrove. La minaccia di danni irreparabili all’influenza americana nell’area potrebbe però portare Obama ad attenuare quel sostegno, e riportare la politica Usa sui sentieri più sperimentati della realpolitik.