Sono nato al tempo del “non-esci-la-sera”, ho attraversato l’epoca de “l’utero-è-mio-e-lo-gestisco-io”, ora vivo quello del “tutte-le-donne-del-Presidente”, con contorno di veline, schedine e letterine. In soli 50 anni (quasi) non è roba da poco. Negli anni importanti, quelli in cui ci si forma, sono cresciuto nella comune convinzione (comune al gruppo giovanile di una parrocchia della periferia di Mestre) che prima di essere maschi e femmine si è persone. Dotate/dotati talvolta di un bel corpo, talvolta no. Talvolta di un bel cervello, talvolta no. Ma prima persone, con tutto il rispetto, i diritti e la sacralità – oserei dire – che questo termine comporta.

Questa cosa probabilmente mi è penetrata nel Dna. Forse per questo negli ultimi anni, da uomo-maschio, mi sono chiesto spesso dov’erano finite le ragazze e poi donne della mia generazione che a loro volta avrebbero dovuto avere nel Dna questo stesso principio fondamentale, sostanziale, irreversibile del rapporto paritario fra persone, uomini o donne che si fosse. Mi sono chiesto spesso fino a quando avrebbero tollerato il becero e squallido ritorno al passato del corpo esibito come fattore di carriera e di successo: oggi le Ruby o le Sara Tommasi, ieri le Valerie Marini, l’altro ieri le glorie guide.

Ebbene, fino a quando? Si può coltivare la speranza che sia fino al 13 febbraio e non oltre? Ci sono volute le cronache deprimenti dei festini di Arcore per dare un sussulto di dignità collettiva all’“altra metà del cielo”? La sala del bunga-bunga con piscina e palo per lapdance è solo la discesa di un ulteriore gradino rispetto al Drive in, alle veline di Striscia la notizia, al vuoto cerebrale di Amici, alla tristezza della Pupa e il secchione.

Forse, per anni, la mia generazione ha pensato che fosse sufficiente cambiare canale o spegnere la televisione. Invece no, la sottocultura portata in prima serata un po’ alla volta diventa fenomeno di costume tollerabile, e infine pensiero dominante.

Le donne un po’ più grandi di me erano convinte (tanto quanto gli uomini) che si dovesse essere preparate studiando Marcuse ed educandosi con Freire e don Milani. Alcuni tenendo il Vangelo sul comodino.

Vogliamo dire che dev’essere ancora così? Per carità, libero chiunque di sostituire quei “must” con altri, ma per nutrire il pensiero, la coscienza e la conoscenza. Non il seno, le labbra e le natiche. Vogliamo dire che vendere il proprio corpo, prima di essere un reato, è inaccettabile per la dignità dell’essere umano? Vogliamo dire che il mestiere più antico del mondo non è detto che debba rimanere fino alla fine del mondo, perché – sant’Iddio – l’essere umano fortunatamente evolve? Vogliamo dire che non è vero che “tanto in un modo o nell’altro ci vendiamo tutti”? Non è vero. C’è chi non si vende. C’è chi smette di vendersi. Principi semplici, ma pietre miliari.

Spesso vado in Africa, per lavoro e anche no. In quei Paesi “poveri e arretrati” incontro centinaia di ragazze e donne che, senza essere passate attraverso il femminismo e le sedute di autocoscienza, sono pienamente consapevoli che il loro futuro devono costruirlo combattendo giorno per giorno per potersi sedere in un’aula universitaria o per trovare un modo d’imparare a usare il computer, anche se molte di loro hanno visi e corpi da far invidia alle nostre modelle. E ho due figlie (dell’età delle ruby e delle iris), alle quali non ho suggerito che tanto “così fan tutte”, ma di andare a vedere come si vive nelle baraccopoli di Nairobi (e ci sono andate).

Beh, domenica finalmente ci sarà la manifestazione “Se non ora quando?”. Un sussulto è arrivato. Speriamo sia solo il primo. In Egitto e Tunisia sono arrivati a sfidare il dittatore e i carri armati. Noi dobbiamo solo dire “basta” a questa triste messinscena d’epoca feudale, col suo principe, i lacchè e le cortigiane scollacciate.