Negli ultimi anni, in Italia, sono emersi solo due personaggi veramente nuovi: Beppe Grillo e Roberto Saviano. Sono figure “politiche” nel senso più etimologico del termine. Due uomini che hanno a che fare con la polis, e a cui gran parte della polis, soprattutto i giovani, attribuisce funzione di guida, cioè leadership. Entrambi sono emersi parlando, scrivendo, occupando i media e la rete con la denuncia di ciò che sta avvelenando il paese: la cattiva politica, scelte di sviluppo sbagliate, la criminalità organizzata. Sono diversi per stile, linguaggio, toni, campi d’interesse, provenienza geografica, cultura. Vengono (non a caso) da due città affacciate sul Mar Tirreno: Genova e Napoli. Entrambi catalizzano il calore e la passione delle persone comuni, schifate ed emarginate da questa politica.

Entrambi dichiarano di non volersi candidare alle elezioni. Entrambi hanno generato profondo imbarazzo nell’establishment, e una domanda: sono di destra o di sinistra?

Saviano e Grillo sono due figure ispirate e pragmatiche, specchio dei tempi. Non possono e non vogliono essere collocati politicamente perché non si identificano nel Sistema. Immaginano un mondo diverso, fatto di comportamenti individuali che diventano collettivi e generano una nuova società. È il fallimento di questo capitalismo ad averli partoriti. Un sistema che non ha prodotto il benessere che prometteva, bensì schiavitù, povertà interiore, debolezza, illegalità, malessere, degrado. Se Grillo e Saviano fossero stati dentro il Sistema avrebbero facilmente trovato una collocazione politica. Ma ne sono fuori.

Il fallimento di questo schema economico e politico ha reso superata la tradizionale differenza tra sinistra e destra. Finché la sinistra si è ispirata al marxismo, ha effettivamente immaginato principi di vita alternativi a quelli dell’attuale capitalismo. La destra ha abbracciato la dottrina liberista, che avrebbe dovuto garantire un diffuso e duraturo benessere. La destra ha vinto ed è riuscita a imporre, pur con qualche concessione, il suo disegno sociale ed economico, al punto che in tutto il mondo occidentale la sinistra è diventata capitalista e liberista per riuscire a competere. Oggi assistiamo al totale fallimento di questa visione del mondo, che non crea autentico benessere, depaupera il pianeta, sfrutta i deboli, accentua le divisioni sociali, sostiene il grande leviatano economico ponendo tutti nella passiva condizione di schiavi.

Ecco perché chi immagina un mondo nuovo non può essere né di sinistra né di destra. Le due categorie politiche e i loro esponenti non prefigurano una soluzione alternativa, ma modi “diversi” di gestire la stessa prospettiva economica e sociale. Quando calano i consumi destra e sinistra si preoccupano. Quando sale il Pil, sinistra e destra cercano di rivendicarne il merito.

Aspetto da anni che un esponente politico proponga una visione nuova. Attendo da anni che qualcuno parli della necessità di investire sulla solidità dell’individuo, sulla sua capacità di scegliere, sulla responsabilità. Ogni volta che Bersani, Fini, Cameron, Obama o chiunque altro prende in mano il microfono, io spero che annunci una seria e necessaria lotta al consumismo per tornare a una condizione di libertà. Mi aspetto sempre che qualcuno esponga un programma politico per ridurre la crescita economica, o regolamentare in modo ferreo il sistema finanziario. Attendo di sentire che si sta facendo qualcosa per arginare l’invadenza del lavoro nelle nostre vite e per incentivare la ridistribuzione della popolazione sul territorio, per abbassare il costo immobiliare e favorire la qualità della vita. Spero che qualcuno proponga almeno un tetto alle automobili in circolazione, investa decisamente sulle fonti rinnovabili, sostenga l’autoproduzione energetica e quella alimentare, incentivi chi costruisce da sé case e oggetti, e dimostri con chiarezza che crede in un serio e radicale investimento nella cultura, nella scuola, nella ricerca scientifica, nell’università, ma non solo perché “è giusto”, ma per creare cittadini non consumisti, più saldi psicologicamente, in grado di scegliere e di impegnarsi nella costruzione di un proprio mondo in cui sia bello abitare. Qualcosa che, oltre me, potrebbe affascinare le nuove generazioni.

Ma niente. Nessuno mi dice mai queste cose.

Neppure io, dunque, posso essere di sinistra o di destra. Esserlo, oggi, significa accettare un modello socioeconomico fallito. Perciò preferisco non aderire. E non aderire per me vale come una testimonianza, come una rivolta, serve a negare la mia fiducia a questa politica, a questa superata interpretazione della partecipazione ideologica.

Fate quello che volete, ma non con la mia delega. Non nel mio nome.