Partiamo da un buon dato, con tutto ciò che ne consegue: gli incassi di Che bella giornata con Checco Zalone, esposto da tre settimane nelle sale e nuovo record italiano, e di Qualunquemente con Antonio Albanese, che da venerdì scorso si è piazzato al primo posto del box office.

Non è un caso che i due titoli campioni al botteghino siano commedie, il genere che più di ogni altro si addice agli spettatori occasionali. Pur avendo rimpinguato le casse dei produttori, a metà dei Sessanta, difficilmente lo spaghetti western potrà tornare in auge. Così com’è davvero improbabile che si torni a produrre in serie gialli all’italiana, per non parlare dei mitologici.

La commedia, invece, è diversa. E’ in voga da sempre, tanto connaturata alla nostra cultura da aver attraversato tutte le altalenanti fasi della cinematografia italiana. Con buona probabilità, non è nemmeno un genere, anzi, per alcuni spettatori – che scelgono di andare in sala una o due volte l’anno – è tutto il cinema insieme. Può piacerci o meno, ma il lazzo e la trovata comica appartengono a Cinecittà quanto gli effetti speciali a Hollywood e le danze alla sempre più vicina Bollywood.

Chi produce generi diversi ne parla come di un monopolio, dunque da aggirare con uscite strategiche o speciali piani d’attacco, da screditare con supposta arguzia intellettuale, da combattere insomma. Chi scrive, interpreta e dirige commedie, comprensibilmente, non smette di indicarne quelle virtù che troppo spesso sono tutt’uno con gli incassi – quando ci sono ovviamente – di cui godrebbe l’intera industria.

Gli apocalittici dicono che in ogni caso ce le meritiamo, anche quando sono riuscite e qualitativamente superiori ai “film seri”, perché ridere è ancora un peccato mortale come per il monaco cieco di Eco. Dimenticano forse la vincente strategia dei grandi produttori di una volta, capaci di alternare l’impegno, che non paga, al disimpegno, che se non arricchisce, almeno ristabilisce l’equilibrio?

Probabilmente hanno ragione gli studiosi che tralasciano il giudizio di gusto e qualche volta anche il pregiudizio per indicare lo stretto nodo che lega il genere alla realtà attuale, facendo derivare il potere della Commedia dalla commedia del Potere.