Non è passata neppure una settimana da quando, lo scorso venerdì, una manciata di ore sono bastate a trasmettere una scarica di adrenalina alla politica britannica. Le dimissioni del ministro ombra dell’Economia Alan Johnson, l’apparizione di Tony Blair di fronte ai giurati della commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq, e l’addio di Andy Coulson dal ruolo di direttore della comunicazione del primo ministro David Cameron, sono tre fatti che meritano attenzione, tanto considerati singolarmente quanto nella loro per nulla causale concatenazione cronologica.

La tempistica innanzitutto. Annunciata già qualche giorno prima confidenzialmente ad Ed Miliband, leader del partito laburista, l’uscita di scena di Alan Johnson arriva giusto alla vigilia dell’audizione di Tony Blair. È molto probabile che gli strateghi della comunicazione del Labour abbiano suggerito di farsi scudo dell’attenzione mediatica puntata sull’ex primo ministro, pur di mantenere bassi i riflettori sullo scossone all’interno del partito.

Lo stesso è accaduto con le dimissioni di Coulson, delle quali si vociferava da tempo. Lo spin doctor del primo ministro David Cameron non ha potuto fare niente di meglio che formalizzarle la mattina di venerdì, sperando che la stampa, concentrata sempre sull’udienza Blair, se ne occupasse il meno possibile. Anche perché la questione che lo riguarda scotta. Dietro i molteplici casi di intercettazioni telefoniche a celebrità e politici, di cui Coulson, in quanto ex direttore del tabloid News of the World, doveva necessariamente essere al corrente, si nascondono i tentacoli dell’uomo dei media più potente del mondo, ovvero Rupert Murdoch.

Tuttavia, fra i tre eventi, quello che avrà conseguenze a più lungo termine non è quello legato a Coulson. Dimettendosi, l’ex direttore di News of the World ha fatto tirare un sospiro di sollievo sia a Cameron che allo stesso Murdoch, sgravando il premier – almeno per il futuro – della chiacchierata connessione tra il suo partito e l’impero dei media, e rimuovendo l’ostacolo di un conflitto d’interessi grande quanto una casa nel momento in cui, a febbraio, il ministro della cultura Jeremy Hunt dovrà decidere circa la legittimità dell’acquisizione di British Sky da parte di News Corporation, controllata non a caso proprio da Murdoch. Mentre infatti la testarda rivendicazione di aver fatto bene a condurre la Gran Bretagna in guerra lascia Tony Blair impunito, e a quanto pare impunibile, la sinistra britannica, ovvero quello che fu il suo partito, si proietta verso un futuro molto più incerto di quello che si annunciava all’indomani della trionfante scelta di Ed Miliband in qualità di leader.

Alan Johnson esce di scena sotto la copertura delle ragioni familiari, legate al divorzio dalla ex-moglie e alla relazione extraconiugale da lei avuta con la loro guardia del corpo. In realtà, l’ex ministro degli interni di Gordon Brown, 60 anni, già postino e sindacalista prima di entrare in parlamento, in tre mesi e mezzo dalla sua nomina aveva avuto modo di far capire che finanza e mercati proprio non facevano per lui. Più volte in contrasto con Miliband su temi chiave (le rette universitarie, la tassazione dei redditi più alti), si era reso protagonista di una serie di gaffes, all’insegna del ritornello: di economia non capisco nulla (anche se sono il ministro ombra), qui ci sono capitato per caso.

Non una conseguenza del destino, a ben vedere, ma un calcolo preciso, lo aveva elevato al ruolo di primo collaboratore del premier in pectore. La sua nomina bloccava quella di Ed Balls, 43 anni, a lungo vicino a Gordon Brown e fautore di una politica socialdemocratica classica, apertamente in contrasto con i piani di tagli alla spesa messi in atto dall’attuale ministro dell’Economia George Osborne. Ben più grave, Ed Balls – politicamente discutibile ma immancabilmente brillante – è stato un tenace rivale dell’altro Ed (cioè Miliband) alle primarie del partito.

Al posto di Johnson, Balls è andato ora, perché non poteva essere altrimenti dato il calibro della sua figura, dopo il rimpasto nel governo ombra. Per molti del Labour è un sollievo sapere che verranno rappresentati da un “mastino” come lui, pronto ad azzannare i Tories al primo passo falso, al contrario di quello che faceva il politicamente tiepido Johnson. Miliband si ritrova però a questo punto con un dilemma: un Cancelliere dello Scacchiere competente ma ambizioso è davvero meglio di uno svogliato ma non pericoloso per la tenuta della leadership?