“Non festeggiamo ancora, la situazione rimane incostituzionale!” “Continuiamo la lotta, non vogliamo l’illegalità”, “Qualcuno mi può confermare il coprifuoco delle 5?”, “Mentre in città si spara la TV7 (la Tv di proprietà statale) mostra un concerto di musica classica”.

Centinaia di migliaia di “tweet” come questi invadono la rete dal giorno in cui gli scontri sono scoppiati in Tunisia. “Cinguettii” che hanno la forza di una rivolta. Principali, spesso unici canali di comunicazione, nella guerra del pane che ha insanguinato il Paese nella morsa della disoccupazione, Twitter, Facebook, YouTube sono diventati vie di salvezza per far sapere al mondo, per organizzare la rivolta, lanciare parole d’ordine, aggirare le censure e cercare solidarietà.

Centinaia di video girati dalle finestre dai palazzi sono stati postati su YouTube per testimoniare i morti e le violenze, mentre su Facebook sono nati gruppi in inglese, francese e arabo per mantenere viva la protesta. Ma è soprattutto Twitter che ha dato voce alla rivolta di Tunisi, il più veloce e immediato fra i social network, 140 caratteri di pura libertà, per raggiungere con un messaggio tutti coloro che condividono la causa.

Ad una velocità che neanche la diretta radiofonica e televisiva può garantire, si srotolano fra le pagine del social network messaggi che raccontano la cronaca di queste giornate, da una parte all’altra del paese e oltre i confini nazionali. In sei ore, ieri, dopo che il Presidente Ben Ali aveva annunciato la destituzione del governo e le elezioni anticipate, oltre 15.000 tweet sono stati spediti dai tunisini in festa e in rivolta.
Dall’altro lato del mondo, uno dei più importanti blog americani denunciava i media per aver “abbandonato la Tunisia nelle mani di Twitter e di YouTube”.

Quella virtuale è una rivolta che fa paura come quella che scende nelle piazze, tanto che la priorità del governo tunisino, mentre cercava di gettare un’ombra sugli scontri scoppiati a Sidi Bou Zid dopo che un commerciante si era dato fuoco in segno di una protesta disperata, è stata da subito quella di bloccare e mettere fuori uso i blog percepiti come oppositori.
Qualcuno è stato arrestato dopo aver messo in rete i suoi video di protesta, come Slim Amamou.

E mentre la Commissione per la protezione dei giornalisti denunciava che i dati di accesso di molti cittadini tunisini erano stati intercettati e le loro pagine bloccate o manipolate, il Dipartimento di Stato americano esprimeva la sua preoccupazione condannando il governo di Tunisi per essere entrato negli account degli utenti rubando le password. “Tale interferenza – sosteneva il Dipartimento – minaccia la libertà della società civile di usufruire dei benefici apportati dalle nuove tecnologie”.

Ma ancora una volta la rete ha mostrato la sua potenza, ha travolto la censura come già la rivoluzione verde iraniana aveva fatto. Anche allora la Green revolution soprannominata la Twitter Revolution, raggiunse la stampa internazionale soprattutto grazie alla comunicazione dei singoli utenti tramite Internet. Così succede che “non siamo mai stati così informati su quanto accade nel paese come ora che la censura e la disinformazione cercano di tenerci all’oscuro dei fatti”, ha scritto sul suo blog una ragazza tunisina.

Perché è stato così fin dall’inizio, in Iran come in Tunisia. “Se vuoi sapere cosa succede in Tunisia spegni la tv e accendi il web” ha detto Pabaa in un altro tweet.

Sidi Bou Zid è diventato il topic più utilizzato su Twitter, gli utenti hanno cominciato a postare messaggi con l’hashtag #jasminrevolution, ovvero la Rivoluzione del gelsomino come è già stata soprannominata, e #sidibouzid (http://twitter.com/BechirOmran), che ormai non è più solo il nome di una città ma un modo per chiamare a raccolta i compagni.

L’attivista Lina Ben Mhenni ha continuato a postare foto e video della protesta e dei suoi morti e sul suo blog Una ragazza tunisina” ha mostrato al mondo le immagini di quelli che lei ha chiamato “i cinque martiri di Regueb”, altra città teatro di violenza.

Un altro blog, Nawaat, mentre nelle piazze si sparava, scriveva “Siamo soli, isolati, arrabbiati e in preda all’ansia. Siamo di fronte ad un regime che ha sbagliato secolo e paese”, e mostrava un video postato su YouTube fatto dagli studenti di Tunisi. Con i loro corpi avevano formato la scritta Horriya, libertà.

di Carla Rumor