La natura rifiuta il vuoto. L’Italia, a quanto pare, per il momento no. Un vuoto intorno a noi che si espande in ogni dove: un vuoto culturale e politico. E’ intorno a quella splendida manifestazione di centomila e più persone che ha pacificamente attraversato Roma lo scorso 14 dicembre. E’ dentro quelle centinaia che hanno selvaggiamente e stupidamente spaccato vetrine, incendiato, picchiato ed a quelle migliaia che hanno incitato o almeno che non hanno criticato. Ma è anche intorno a quei tutori dell’ordine che si trovavano in strada, che le hanno prese e le hanno date e che il giorno prima e qualche giorno dopo avevano anche loro manifestato per ragioni analoghe a quelle degli universitari, dei terremotati dell’Aquila e dei sommersi d’immondizia di Terzigno: non solo contro i tagli, ma per rivendicare la propria dignità. Ed il vuoto è intorno ai ricercatori sui tetti che stanno ancora cercando invano qualcuno con cui discutere della riforma universitaria, che sia capace di mettere insieme qualche concetto che vada al di là di qualche insulso slogan. Ma è vuoto che sta intorno anche a quella parte di docenti universitari più anziani che hanno perso qualsiasi riferimento e che si trovano sperduti e atomizzati, che vorrebbero reagire ma non sanno da che parte incominciare.

E’ un vuoto che si trova soprattutto intorno a tutti quanti quelli che hanno alzato la testa per vedere se ci sia qualcuno all’orizzonte che li ascolti, che li rappresenti, che capisca le ragioni di un malessere che non è solo generazionale ma che diventa ogni giorno più trasversale in ogni direzione lo si guardi e lo si consideri. E’ il vuoto che si legge negli editoriali dei grandi giornali dove i ragionamenti partono da basi irreali e sfociano in considerazioni sbandate. E’ il vuoto che sta intorno al sindacato che cerca di arginare il malessere, ma vi si trova sommerso da ogni dove. Rendersi conto del vuoto intorno è un punto di partenza, che è mancato nelle lamentele dei più in questi anni, degli indifferenti che criticano questo e quello solo di fronte al caffé. Perché la presa di coscienza di questo vuoto può trasformare l’inedia e l’indifferenza in un’energia positiva e propositiva. Perché se non avviene questo la natura, anche in Italia, rifiuterà il vuoto:  qualcosa lo riempirà ed il peggio è sempre in agguato.

Giovanni Sartori descrive la situazione con queste parole: “Sì, i giovani di oggi avranno una vita dura. Ma fu dura anche la vita dei giovani che si trovarono, dopo la fine dell’ultima guerra, con un Paese distrutto e un avvenire che sembrava senza avvenire. Noi, i giovani di allora, ce la siamo cavata”. A me sembra che il paragone con la generazione che è uscita dalla guerra non sia del tutto pertinente. C’è una similarità nel fatto che nel Paese oggi ci sono macerie morali ed etiche ma, per il momento almeno, non materiali. I giovani degli anni ‘40 e ‘50 avevano di fronte un paese anche materialmente da ricostruire e la possibilità di farlo pur tra mille difficoltà. Oggi c’è una generazione che non vede una via d’uscita e per la quale l’avvenire è solo un tunnel buio: trova ovunque un cartello con scritto “occupato”. E’ tutto troppo occupato, non ci sono vie di fuga dal vuoto e soprattutto nessuno che se ne occupi per capire come fare.

Sartori conclude il suo editoriale scrivendo  “Ma i giovani di oggi che si battono contro la riforma universitaria Gelmini si battono a proprio danno e per il proprio male”. Ma come, anche  Sartori, l’inventore dell’ “homo videns” che ha messo lucidamente a fuoco il primato dell’apparire rispetto alla sostanza, ci viene a raccontare, senza discuterne la ragione nel merito, che la riforma Gelmini è una buona riforma. E’ proprio questa la perdita di ogni riferimento culturale e di ogni orientamento in un Paese disgregato. Perché si può essere d’accordo o meno con la riforma Gelmini, non è questo il punto. Il punto è che quando si prende posizione bisogna saper illustrare le proprie ragioni, altrimenti non si tratta di presentare posizioni meditate quanto invece di riflettere slogan esterni che vengono ripetuti alla nausea da ogni trasmissione televisiva. E ad oggi, vigilia della probabile approvazione del ddl Gelmini, qualcuno che sappia illustrare, partendo dal testo, cosa questo prevede di buono e perché ed in cosa sia condivisibile e difendibile, ancora non si è visto (a parte le balle che ci racconta il prof. Giavazzi, ça va sans dire).

Irene Tinagli, giovane talento nostrano, dopo tanti anni passati a sgobbare nelle famose “migliori università americane”, riesce però ad osservare che “anche i ricercatori salgono sui tetti per difendere i  loro contratti” per concludere che “i ricercatori hanno paura della concorrenza degli scienziati stranieri”. Mentre è ovviamente falso affermare che i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti, trattandosi di ricercatori già assunti con contratti a tempo indeterminato, è stupefacente la seconda considerazione: forse nelle prestigiose università frequentate dalla dottoressa Tinagli si stanno già formando le file di ricercatori stranieri pronti a venire a lavorare in Italia, ma noi qui nella paludosa colonia di stranieri non ne abbiamo proprio visti e da un pezzo. C’è forse bisogno di ricordare che gli stipendi d’ingresso in Italia sono tra i più bassi in Europa? O forse che i progetti di ricerca dell’anno 2009 ancora non sono stati finanziati? O che le risorse per le università per l’anno 2010 ancora non sono state assegnate? Ma non diciamolo ad alta voce, che forse gli “scienziati stranieri” non lo hanno ancora scoperto e dunque verranno lo stesso a fare concorrenza a quei pelandroni dei ricercatori italiani.

Di fronte a questa decadenza generalizzata è necessario ripartire dal ricostruire un riferimento culturale prima ancora che politico. Ma una cosa è certa: non si esce da un ventennio di Berlusconismo fischiettando e ci sarà bisogno di tanta pazienza, intelligenza ed immaginazione per ricostruire un Paese distrutto moralmente e per attraversare un periodo di turbolenze che non si annuncia breve.